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ICTUS E DEMENZA VASCOLARE

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno 15 milioni di persone sono colpite da ICTUS. Nello stesso tempo, circa 50 milioni di persone in tutto il mondo sono affette da demenza, un numero che dovrebbe quasi raddoppiare entro il 2050. Le persone colpite da ICTUS hanno circa il doppio delle probabilità di sviluppare demenza, secondo uno dei più grandi studi sul tema condotto dall’University of Exeter Medical School.

 Nello studio sono stati analizzati i dati sul rischio ICTUS e demenza su 3,2 milioni di persone in tutto il mondo. Ciò che emerso è che il legame tra ICTUS e demenza si è mantenuto anche dopo aver preso in considerazione altri fattori di rischio di demenza come ipertensione arteriosa, diabete e malattie cardiovascolari, riscontrando che una storia di ICTUS aumenta il rischio di demenza del 70%.

Sempre nel rapporto si evince che c’è anche un legame tra la Pressione Arteriosa alta nella mezza età e il declino cognitivo, essendo la pressione alta è il fattore di rischio più importante dell’ICTUS.

COSA SI INTENDE PER DEMENZA VASCOLARE E COME SI MANIFESTA

Per demenza vascolare si intende un deterioramento cognitivo acuto o cronico dovuto ad infarti cerebrali diffusi o locali che sono correlati il più delle volte a una malattia cerebrovascolare. Questa tipologia di demenza rappresenta un deterioramento cognitivo globale, cronico e generalmente irreversibile.

Si verifica in genere nelle persone che hanno fattori di rischio vascolare (ipertensione, diabete, ecc…) e in quelli che hanno già avuto diversi ICTUS. Molte persone possono presentare allo stesso tempo sia demenza vascolare che malattia di Alzheimer.

La demenza vascolare rappresenta la seconda causa più frequente di demenza nella popolazione anziana, colpendo più frequentemente i soggetti di sesso maschile e solitamente inizia dopo i 70 anni.

La demenza vascolare si presenta generalmente in 4 forme principali:

1- Demenza associata ad ICTUS: si verifica appunto quando si ha un ICTUS. Gli ICTUS avvengono quando si interrompe improvvisamente l’apporto vitale di sangue a una parte del cervello. Di solito, significa che un vaso sanguigno si è ristretto ed è stato bloccato da un grumo.

2- Demenza post-ICTUS: di solito si sviluppa dopo avere avuto un ICTUS grave, dove si interrompe il flusso di sangue a un grande vaso capillare nel cervello, in modo permanente e improvviso. Questa brusca interruzione dell’afflusso di sangue può portare alla morte di una grande parte del tessuto cerebrale. Circa il 20% delle persone che hanno un ICTUS sviluppa la demenza post-ICTUS.

3- Demenza a infarto singolo e da multi-infarto: è causata da mini-ICTUS, così piccoli che la persona che li ha non se ne rende affatto conto. Con i mini-ICTUS, i sintomi possono durare solo alcuni minuti prima che si risolva il blocco e riprenda l’apporto di sangue al cervello. Tuttavia, se il rifornimento di sangue è bloccato per più di pochi minuti, una piccola area di tessuto cerebrale chiamata “infarto” morirà. Un infarto potrebbe interessare un’area cruciale del cervello, che porta alla demenza da singolo infarto. Molti mini-ictus possono causare demenza multi-infartuale.

4- Demenza sottocorticale: si ha quando si ammalano i vasi sanguigni molto piccoli all’interno del cervello che potrebbero ingrossarsi o attorcigliarsi, impedendo il flusso del sangue. Questa malattia nei piccoli vasi può danneggiare i fasci di nervi che trasportano segnali al cervello, e può anche causare piccoli infarti alla base del cervello.

SINTOMI E CAUSE DELLA DEMENZA VASCOLARE

I sintomi della demenza vascolare sono simili a quelli di altre demenze, in quanto possono essere presenti perdita di memoria, funzione esecutiva alterata, difficoltà ad iniziare azioni o compiti, pensiero rallentato, cambiamenti di umore o di personalità e deficit del linguaggio. Tuttavia, rispetto ad esempio alla malattia di Alzheimer, la demenza vascolare tende a causare la perdita di memoria più tardi e ad influenzare la funzione esecutiva più precocemente. Inoltre, i sintomi possono variare a seconda di dove si verificano gli eventi ischemici.

Il fattore di rischio più grande per la demenza vascolare è l’età: il rischio di avere la demenza vascolare raddoppia ogni 5 anni una volta raggiunta l’età di 65 anni.

Il secondo fattore di rischio di demenza vascolare sono indubbiamente l’ICTUS, le malattie cardiache e il diabete. Questa condizione è stata collegata alla depressione e all’apnea notturna.

Anche l’Ipertensione, colesterolo alto, sovrappeso e tutti fattori legati alle malattie cardiovascolari aumentano il rischio di demenza vascolare. Per ridurre le possibilità di sviluppare pressione alta o più in generale di rischio ICTUS, è importante misurare regolarmente la Pressione Arteriosa e la Fibrillazione Atriale, seguire una dieta equilibrata, fare esercizio fisico regolare e bere alcolici con moderazione e smettere di fumare.

L’AIUTO FONDAMENTALE DELLA PREVENZIONE

Nello studio viene fatta presente una scoperta importante, ovvero che i miglioramenti nella prevenzione dell’ICTUS e nella cura post-ICTUS possono svolgere un ruolo chiave nella prevenzione della demenza.

Un ICTUS può raddoppiare il rischio di demenza, per questo per ridurre questo rischio, è importante aumentare la consapevolezza nelle persone stimolandoli alla prevenzione attraverso il monitoraggio della Pressione Arteriosa e della Fibrillazione Atriale, principali cause di rischio ICTUS, attraverso campagne di sensibilizzazione per smettere di fumare, incentivarli ad una dieta equilibrata e all’attività fisica.

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IPERTENSIONE ARTERIOSA, FIBRILLAZIONE ATRIALE E COVID-19: UN’INTERAZIONE PERICOLOSA

A cura di
Prof. Stefano Omboni
Istituto Italiano di Telemedicina e Department of Cardiology, Sechenov First Moscow State Medical University


Ipertensione arteriosa, Fibrillazione Atriale e malattie cardiovascolari: una relazione pericolosa

E’ stata discussa nei precedenti articoli l’importanza della relazione tra Fibrillazione Atriale e vari fattori di rischio predisponenti a questa aritmia, tra cui il più importante è rappresentato sicuramente dall’Ipertensione Arteriosa. In vari studi clinici la prevalenza di Ipertensione nei soggetti con Fibrillazione Atriale varia tra il 49 e il 90%. Inoltre l’Ipertensione Arteriosa si manifesta in molte condizioni associate alla Fibrillazione Atriale: il 72% dei pazienti con ICTUS, l’82% di quelli con malattia renale cronica, il 77% dei diabetici, il 73% dei pazienti con malattia coronarica, il 71% con scompenso cardiaco e il 62% con sindrome metabolica possono presentare le due condizioni.



Mortalità per COVID-19 e malattie cardiovascolari

La comparsa in Italia alla fine di febbraio del 2020 dell’epidemia da SARS-CoV-2 e della conseguente rapida diffusione della grave malattia denominata COVID-19 (COronaVIrus Disease 2019) ha messo in evidenza la stretta associazione tra la forma grave e mortale della malattia e la preesistenza di malattie croniche, in primis quelle cardiovascolari. Come si vede in figura, in un campione di 6.381 deceduti per COVID-19, le patologie più frequentemente associate erano l’Ipertensione Arteriosa, il diabete mellito, la cardiopatia ischemica e la Fibrillazione Atriale.

Figura. Patologie più comuni osservate nei pazienti deceduti per COVID-19 in Italia.

E’ rilevante notare come il 66% dei soggetti deceduti presentasse al momento della morte 3 o più patologie concomitanti.

Aumento della incidenza di malattie cardiovascolari durante l’epidemia da nuovo coronavirus

L’aumentata incidenza di malattie cardiovascolari durante l’epidemia da nuovo coronavirus presenta due diversi aspetti che vanno valutati separatamente.

Da una parte vi sono i soggetti che hanno sviluppato la malattia COVID-19 senza avere apparenti preesistenti malattie cardiovascolari, che tuttavia sono comparse in seguito all’infezione. Per quanto riguarda la Fibrillazione Atriale, ad esempio, si stima una prevalenza di Fibrillazione Atriale tra il 19% e il 21%. E’ possibile che la causa dell’insorgenza di questa aritmia durante l’infezione da coronavirus sia legata al fatto che l’infezione possa avere alterato un preesistente equilibrio e quindi rendere manifesta la condizione ancora latente.

Vi è poi un altro aspetto, forse più rilevante. Durante l’epidemia, ed in particolare durante il lockdown che è stato applicato in vari paesi, si sono registrati nuovi casi di Fibrillazione Atriale e malattie cardiovascolari. Questo si è verificato in quanto i pazienti, nonostante i sintomi, non hanno contattato i servizi sanitari per paura dell’infezione ed hanno quindi ritardato le cure. In uno studio danese si è osservata una riduzione del 47% dei nuovi casi di Fibrillazione Atriale nelle prime tre settimane del lockdown rispetto all’anno precedente. Tuttavia i pazienti in lockdown manifestavano chiari sintomi e l’incidenza di ICTUS e morte causati dalla Fibrillazione Atriale è aumentata di 1,4 volte rispetto all’anno precedente. In uno studio spagnolo si è osservato un peggioramento del 3% del controllo dell’ipercolesterolemia e del 2% della Pressione Arteriosa durante il lockdown. Uno studio Italiano ha dimostrato una riduzione del 48% dei ricoveri per infarto miocardico durante il lockdown, ma una mortalità per infarto miocardico aumentata di 3,3 volte tra i pazienti che si sono ricoverati. Uno studio americano ha dimostrato un’impossibilità a gestire prontamente i casi di arresto cardiaco extra-ospedaliero: i pazienti poi ricoverati avevano una probabilità di sopravvivenza ridotta del 50%. Nel Regno Unito durante il lockdown si è osservato un calo dei ricoveri per scompenso cardiaco: tuttavia i pazienti ricoverati avevano un quadro clinico più grave e la mortalità è aumentata di 2,2 volte.

Assicurare la continuità della cura dei pazienti durante l’epidemia

Come visto sopra, la COVID-19 si associa pericolosamente all’Ipertensione Arteriosa e alle malattie cardiovascolari (comprese la Fibrillazione Atriale e l’ICTUS), che ne aumentano la gravità e le conseguenze per la salute. Inoltre, la paura dell’infezione costringe i pazienti cronici a casa e ne aumenta il rischio di peggioramento della loro malattia o addirittura di morte.

E’ quindi importante in queste condizioni mettere in campo strumenti di gestione che garantiscano la continuità della cura di questi soggetti. La telemedicina rappresenta a questo scopo un importante servizio, che in realtà ha avuto un grande sviluppo durante l’epidemia.

Le soluzioni disponibili sono diverse. I pazienti confinati a casa possono utilizzare servizi forniti attraverso Internet o app per smartphone e tablet che permettono di monitorare, anche con i dispositivi medici dei pazienti, vari parametri (Pressione Arteriosa, elettrocardiogramma, saturazione dell’ossigeno, temperatura corporea, glicemia, ecc.). I pazienti che hanno la possibilità di lasciare per brevi periodi il proprio domicilio hanno l’opportunità di utilizzare servizi di telemedicina erogati attraverso le farmacie o gli studi medici. Questi servizi di comunità, che si basano su prestazioni diagnostiche come l’elettrocardiogramma a riposo o Holter, il monitoraggio ambulatorio della pressione, la spirometria, l’ossimetria, sono importanti in quanto gli ospedali impegnati nella gestione dei pazienti con COVID-19 riducono notevolmente le prestazioni diagnostiche. Uno schema di una piattaforma web di telemedicina da noi utilizzata nel corso della pandemia è riportato in figura.

Figura. Architettura semplificata e schema del flusso di dati nella piattaforma di telemedicina Tholomeus® (da Omboni S et al, Expert Rev Med Devices 2020).

In Italia nel periodo pandemico, a parte nelle prime settimane del lockdown, si è osservato un incremento notevole di questi servizi. In base alla nostra esperienza nel corso del 2020 i servizi di telemedicina erogati in comunità (farmacisti e studi medici) sono aumentati del 16% rispetto ai 3 anni precedenti, con un impatto decisamente importante in termini di elettrocardiogrammi Holter (+64%). Durante il lockdown, gli utilizzatori domiciliari sono aumentati di 2,5 volte e la quantità di dati scambiati è aumentata di 1,5 volte rispetto all’anno precedente. Grazie alla telemedicina è stato possibile gestire prontamente pazienti con Pressione Arteriosa non controllata o con eventi ischemici cardiaci o con aritmie gravi.

Conclusioni

La epidemia da nuovo coronavirus ha avuto un impatto devastante su malati cronici affetti soprattutto da malattie cardiovascolari, Ipertensione Arteriosa e Fibrillazione Atriale. Solo tardivamente si è realizzata l’importanza di gestire adeguatamente questi pazienti garantendo sia la tempestiva diagnosi e trattamento della COVID-19, sia la pronta gestione di eventi ischemici cardiaci o cerebrali, di aritmie, o rialzi pressori. La telemedicina si è rivelata sotto questo aspetto cruciale per gestire al meglio questi pazienti.


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Riferimenti bibliografici

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ICTUS E FIBRILLAZIONE ATRIALE UNA RELAZIONE PERICOLOSA

A cura di
Dott.ssa Antonia Nucera
Medico, Neurologo, ricercatrice e docente specializzata in Neurosonologia e malattie rare, neurologa d’emergenza. Vice Presidente del Comitato scientifico A.L.I.Ce. Italia (Associazione Lotta Ictus Cerebrale).


Lo sviluppo di alcuni registri di popolazione sugli ICTUS ha permesso di conoscere meglio i dati epidemiologici descrittivi e la loro evoluzione nel tempo e nello spazio e di identificare così l’incidenza generale come anche della mortalità nel tempo.

Grazie agli studi epidemiologici è stato possibile identificare la storia naturale della malattia, i fattori di rischio ed i fattori prognostici, a trovare i substrati dei meccanismi della malattia, a capire le cause sottostanti, a conoscere i gruppi di persone e le aree geografiche in cui la patologia è presente, tutti elementi utili ai sistemi sanitari ed alla politica per sviluppare programmi atti a ridurre il rischio di stroke (ICTUS), mortalità per stroke (ICTUS) e disabilità.

Ad oggi si stima che 80 milioni di persone siano state colpite da ICTUS nel mondo e che 50 milioni abbiano una disabilità in esito. Gli studi e l’esperienza sul campo dimostrano che fornire al cittadino gli strumenti per una prevenzione ottimale e un corretto percorso diagnostico-terapeutico, sono il presupposto per la lotta all’ICTUS.

L’ICTUS rappresenta globalmente la seconda causa di morte e la terza di disabilità. Nei paesi europei l’incidenza di ICTUS varia tra 95 e 290 nuovi casa per 100.000 abitanti all’anno ed ogni anno vi sono 650.000 decessi causato da ICTUS. Nei paesi sviluppati l’incidenza si è ridotta del 42% nelle ultime 4 decadi grazie al migliore controllo dei fattori di rischio. L’ICTUS ischemico rappresenta la maggior parte di tutti gli ICTUS, 65-90%, seguito dalle emorragie intraparenchimali, 10-25%, e dalle emorragie sub aracnoidei, 0,5-5%.

In Italia, l’incidenza grezza oscilla tra 144 e 293/100.000/anno.  Nell’età giovanile (età < a 45 anni) è pari a circa 7-10 /100.000/anno.

 Negli ultimi anni l’incidenza dell’ICTUS ischemico si è ridotta nei soggetti di età ? 60 anni (controllo dei fattori di rischio), mentre è rimasta immodificata in quelli di età tra i 45 ed i 59 anni.

Fibrillazione Atriale e ICTUS, una relazione pericolosa

Con circa 500 mila casi in Italia e 60mila nuove diagnosi ogni anno, la Fibrillazione Atriale è il disturbo del ritmo cardiaco più diffuso e se ne sente parlare spesso. Tuttavia ancora in pochi conoscono veramente quali rischi comporta.

La Fibrillazione Atriale non è pericolosa di per sé. Il vero pericolo è rappresentato dalle sue complicanze, a partire dall’ICTUS cerebrale.

La Fibrillazione Atriale è l’aritmia più diffusa nella popolazione generale e la sua prevalenza tende a crescere con l’aumentare dell’età. La Fibrillazione Atriale (FA) è la forma più comune di aritmia ed è un problema legato alla frequenza del ritmo cardiaco. Durante un’aritmia il cuore può battere troppo velocemente, troppo lentamente o in maniera irregolare. La Fibrillazione Atriale avviene se i segnali elettrici rapidi e caotici provocano la Fibrillazione delle due camere superiori del cuore, gli atri.

 Nella Fibrillazione Atriale, il cuore non si contrae con la forza con la quale dovrebbe. Questo può provocare un ristagno di sangue nel cuore con conseguente formazione di coaguli. Quando questi coaguli di sangue si spostano possono avanzare fino al cervello, dove rischiano di rimanere intrappolati in un’arteria cerebrale ristretta, bloccando così la circolazione e provocando un ICTUS.

La Fibrillazione Atriale colpisce circa l’1,5-2% della popolazione generale mondiale con una prevalenza che aumenta con l’età (0,1% sotto i 55 anni, 8-10% oltre gli 80 anni). La maggior parte dei pazienti affetti ha quindi più di 65 anni; gli uomini sono generalmente più colpiti rispetto alle donne.

 Oltre 6 milioni di Europei presentano questa forma di aritmia e si prevede che la sua prevalenza raddoppierà nei prossimi 50 anni con il progressivo invecchiamento della popolazione. Il peso della Fibrillazione Atriale a livello mondiale e la gestione di un alto numero di pazienti colpiti da Fibrillazione Atriale costituiscono un peso sempre maggiore per i sistemi sanitari di tutto il mondo in termini di costi della gestione dell’ICTUS e della terapia.

La Fibrillazione Atriale è spesso associata a sintomi; i più frequenti sono: palpitazioni, dispnea, debolezza o affaticabilità, raramente sincope, dolore toracico. Frequentemente è comunque asintomatica o se sono presenti sintomi non vengono riconosciuti dal paziente, che si limita ad adeguare il proprio stile di vita. Un esempio è la riduzione della tolleranza allo sforzo.

Tuttavia, più di recente è stato messo in evidenza come non sia propriamente la Fibrillazione Atriale ma più probabilmente la cardiomiopatia atriale, una condizione strutturale delle pareti cardiache, a provocare il cardio embolismo. Ad ogni modo, in pazienti fibrillanti la prevenzione primaria e secondaria con terapia anticoagulante si è dimostrata efficace nel ridurre il rischio di ICTUS ischemico.

Cosa c’entra la Fibrillazione Atriale con l’ICTUS?

Nella Fibrillazione Atriale il cuore, battendo in maniera irregolare, non riesce a pompare bene il sangue, che tende così a ristagnare nell’atrio formando dei coaguli (o trombi). Se questi si distaccano ed entrano nel circolo sanguigno, possono occludere le arterie causando un’embolia arteriosa periferica o, quando ciò si verifica in corrispondenza di un’arteria del cervello, possono provocare un infarto cerebrale (ICTUS). Un obiettivo della terapia per i pazienti con Fibrillazione Atriale è dunque prevenire l’ICTUS, impedendo la formazione di trombi.

Il 20% degli ICTUS è legato alla Fibrillazione Atriale e la grande maggioranza dei trombi che colpiscono i malati cronici di questa aritmia originano nell’auricola sinistra, una piccola appendice collegata all’atrio sinistro del cuore.

Gli strumenti diagnostici sono, l’elettrocardiogramma e l’Holter ECG 24 ore che integrano una visita cardiologica.

Prevenzione

La Fibrillazione Atriale è un importante fattore di rischio e comporta un aumento del rischio di ICTUS di 5 volte rispetto alla popolazione generale. Con l’invecchiamento della popolazione, il peso a livello globale dell’ICTUS correlato a Fibrillazione Atriale continuerà ad aumentare. La prevalenza di ICTUS nei pazienti di età superiore ai 70 anni affetti da Fibrillazione Atriale raddoppia ogni dieci anni.  Inoltre, gli ICTUS correlati a Fibrillazione Atriale sono associati ad esiti più gravi rispetto agli ICTUS non correlati a Fibrillazione Atriale. Il trattamento della Fibrillazione Atriale mira a ridurre i sintomi e il rischio di gravi complicanze ad essa associate, come l’ICTUS. La terapia di base per la riduzione del rischio di ICTUS correlato a Fibrillazione Atriale è la terapia anticoagulante orale (OAC). Inoltre, gli approcci non farmacologici, come la chiusura dell’auricola sinistra (LAA), offrono un’alternativa terapeutica, per esempio ai pazienti con Fibrillazione Atriale non valvolare che necessitano di un trattamento per la possibile formazione di trombi nella LAA e che sono controindicati alla terapia con anticoagulanti orali.

 Lo screening per la Fibrillazione Atriale non diagnosticata è probabilmente una delle principali strade da intraprendere per migliorare la prevenzione dell’ICTUS nella Fibrillazione Atriale e per migliorare sopravvivenza, la funzione sociale e la vita dei pazienti.

Le dieci regole per prevenire la Fibrillazione Atriale

  1. Evitare obesità e sovrappeso
  2. Evitare l’abuso di alcool
  3. Abolire il fumo di sigaretta
  4. Svolgere un’attività fisica e sportiva moderata, evitando gli eccessi
  5. Tenere sotto controllo la Pressione Arteriosa (consigliabile l’utilizzo di  misuratori validati per evidenziare possibile presenza di Fibrillazione Atriale) e curare l’Ipertensione
  6. Tenere sotto controllo la glicemia e curare il diabete
  7. Curare le apnee ostruttive nel sonno
  8. Dopo i 65 anni prestare attenzione al rilievo del polso in occasione di visite mediche
  9. Eseguire un elettrocardiogramma in caso di riscontro di polso irregolare
  10. Dopo i 50 anni, in caso di familiarità per Fibrillazione Atriale sottoporsi a visita cardiologica.

Uno studio pubblicato dalla rivista ufficiale dell’American Medical Association, condotto da un gruppo di ricerca dello Scripps Research Institute ha dimostrato che la Fibrillazione Atriale è diagnosticata più facilmente grazie ai più recenti dispositivi sanitari portatili. Stando alle conclusioni dello studio, questi dispositivi sono utili in modo particolare per i soggetti considerati a rischio, nei quali la malattia è presente ma non ancora diagnosticata: lo studio ha evidenziato un’efficacia fino a tre volte superiore rispetto agli standard. È un dato promettente nel contesto di una patologia in cui la diagnosi tempestiva è cruciale per minimizzarne l’impatto. Circa un terzo dei pazienti affetti da Fibrillazione Atriale è asintomatica: trattandosi di una forma di aritmia particolarmente insidiosa, una diagnosi ritardata o uno screening poco efficace possono avere conseguenze nefaste. Stesso risultato è stato raggiunto da una campagna di prevenzione effettuata in Emilia-Romagna qualche anno fa dal titolo. “Ascolta il tuo cuore per salvare il tuo cervello”, con lo scopo di prevenire l’ICTUS individuando una Fibrillazione Atriale silente. L’utilizzo di un dispositivo, in quel caso Microlife AFIB, ha permesso la diagnosi di Fibrillazione Atriale in pazienti asintomatici che sono stati subito sottoposti ad una terapia con anticoagulante, eliminando il rischio di un evento ischemico cerebrale che sappiamo cosa comporta nella vita di una persona che ne rimane colpito e nella vita dei suoi familiari.

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DISPNEA O FAME D’ARIA

La Dispnea o fame d’aria, (in inglese Dyspnea o Shortness of Breath) è un sintomo caratterizzato dalla percezione di una respirazione difficoltosa.

La dispnea può iniziare lentamente e presentare delle variazioni giornaliere o stagionali (dispnea cronica) o può manifestarsi improvvisamente, nel giro di pochi minuti, ore o giorni (dispnea acuta).

Le cause più comuni generalmente sono: asma bronchiale, polmonite, ischemia cardiaca, malattia polmonare interstiziale, insufficienza cardiaca, broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), stenosi laringo-tracheale. I fattori di rischio includono l’età avanzata, la vita sedentaria, l’obesità, il fumo (attivo, passivo), l’ipertensione, il diabete e l’inquinamento ambientale.

COME SI PRESENTA LA DISPNEA?

  • Dispnea da sforzo: si presenta nelle fasi iniziali delle patologie cardiovascolari o polmonari e percepita solo durante sforzi di una certa intensità.
  • Bendopne: la dispnea può insorgere quando si piega il busto, anche per raccogliere qualcosa da terra. Ma quando la patologia diventa più grave viene avvertita dopo i pasti o durante sforzi lievi, limitando le attività del soggetto
  • Ortopnea: può essere percepita anche in posizione sdraiata, ad esempio quando ci si corica per riposare
  • Dispnea parossistica notturna: può insorgere improvvisamente durante la notte, costringendo a risvegli bruschi con necessità di sollevare il busto o può essere avvertita addirittura a riposo (dispnea a riposo).

LA DISPNEA PAROSSISTICA NOTTURNA

La dispnea parossistica notturna, o asma cardiaca, è l’improvvisa comparsa di difficoltà respiratorie nel corso della notte che tende a presentarsi quando il soggetto permane per un certo periodo di tempo in posizione coricata a causa del riposo notturno.

La causa di questo tipo di dispnea risiede nell’incapacità del cuore di garantire la sua normale funzione contrattile, situazione questa che configura il quadro dell’insufficienza cardiaca del ventricolo sinistro.

I sintomi

Il principale sintomo della dispnea parossistica notturna è la difficoltà respiratoria. Avendo come principale caratteristica quella di comparire in posizione coricata tende a risolversi nel momento in cui il paziente assume la posizione eretta e viene indicata con il termine ortopnea (dispnea che insorge da sdraiati). Alla dispnea parossistica notturna e all’ortopnea si possono associare:

  • Aritmia o Fibrillazione Atriale: questo tipo di sintomo è quello che causa più preoccupazioni ai pazienti, l’aritmia, frequentemente accompagnata da palpitazioni, associata alla fame d’aria tipica della dispnea può indurre i pazienti ad ipotizzare problemi di tipo cardiaco come:
    – tosse secca e insistente
    – sibili espiratori
    – tachicardia
    – ansia
    – tendenza del paziente a ricercare sollievo, oltre che con l’assunzione della posizione seduta, respirando anche a bocca aperta o aprendo una finestra per respirare aria più fresca.

Cura

Un semplice accorgimento preventivo può essere quello di aumentare il numero e lo spessore dei cuscini o nel mantenere una posizione semi-alta e supina nel corso del riposo notturno. Nel caso in cui si presenti un episodio acuto notturno, assumere prontamente una posizione seduta nel letto mantenendo le gambe a penzoloni o, meglio ancora, alzarsi in piedi per far defluire il sangue verso il basso riducendo più velocemente la congestione di sangue al torace ed a risolvere lo scompenso clinico.

Soggetti a rischio e fattori di rischio

Tutti i soggetti affetti da patologie cardiache, vascolari, polmonari, ematologiche o muscolari sono soggetti a rischio dispnea.

L’età e il fumo sono due importanti fattori di rischio comuni alla maggior parte delle patologie cardiache e polmonari. Altri importanti fattori di rischio sono la sedentarietà, l’obesità, l’ipertensione arteriosa, il diabete mellito e la menopausa, le patologie e gli stili di vita che possono facilitare l’invecchiamento cardiaco e vascolare come la Fibrillazione Atriale sono strettamente legate all’insufficienza cardiaca e possono facilitare l’insorgenza di dispnea. Il soggetto con crisi ipertensiva può andare incontro a insufficienza cardiaca con scompenso o ischemia cardiaca con dispnea (mancanza di fiato, respiro affannoso) e/o dolore toracico.

Patologie autoimmuni possono alterare la funzione del cuore, dei vasi e dei polmoni, associandosi quindi frequentemente a dispnea.

E’ bene ricordare che i disturbi d’ansia possono associarsi facilmente a dispnea. L’ansia può facilitare la dispnea in patologie cardiache e polmonari sottostanti e non note, o può anche essere una conseguenza stessa della dispnea.

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APNEE NOTTURNE OSTRUTTIVE

La sindrome delle Apnee Ostruttive nel sonno (OSAS) è il più comune disturbo respiratorio notturno, con una prevalenza nella popolazione adulta che oscilla tra il 4% in soggetti di media età e maggiore del 20% in soggetti dopo i 60 anni, ovvero con un incremento con l’età e una preponderanza maschile.

RUSSAMENTO E APNEE NOTTURNE OSTRUTTIVE

L’apnea notturna ostruttiva

Si caratterizza per ripetuti e transitori episodi di ostruzione, parziale o completa, delle vie aeree superiori durante il sonno con interruzione dello scambio di gas negli alveoli polmonari, mentre il controllo centrale della respirazione e dei movimenti toracici e addominali è preservato. La sintomatologia notturna è caratterizzata da russamento, risvegli con sensazione di soffocamento, insonnia, nel periodo diurno causa sonnolenza, stanchezza e difficoltà di concentrazione. La sonnolenza diurna è tipica e può arrivare a interferire drammaticamente con la vita lavorativa e sociale dei pazienti, con una frequenza di incidenti stradali e lavorativi fino a 10 volte superiore rispetto alla popolazione generale.

E’ importante precisare che il 70-80% dei pazienti con Apnee Notturne Ostruttive è sovrappeso o obeso, questo perché quando si sta sdraiati il grasso preme sulle vie aeree, comprimendole e impedendo il passaggio dell’aria. Lo sforzo per respirare aumenta la pressione nel circolo polmonare e sul cuore, che fatica molto per pompare di più e sopperire anche alla riduzione dell’ossigeno in circolo. Alla fine di ogni Apnea Notturna Ostruttiva, inoltre, c’è una breve tachicardia che richiede sangue al cuore e alle coronarie ma il sangue che arriva è povero di ossigeno, per cui il sistema cardiovascolare si affatica. A tutto ciò si aggiunge l’aumento della viscosità del sangue associato alle Apnee.

Tale patologia può essere un fattore di rischio per lo sviluppo dell’Ipertensione Arteriosa, di patologie cardiovascolari e di ICTUS. Nei pazienti con ICTUS acuto la prevalenza dell’Apnea Ostruttiva nel sonno è intorno al 60%.

Russamento

Russare è l’anticamera delle Apnee. Nello specifico il russamento differisce dalle Apnee Ostruttive Notturne in quanto queste durante la notte le prime vie aeree collassano e per qualche secondo l’aria non passa; mentre nei russatori, invece, l’ostruzione al passaggio dell’aria è incompleta e non si verifica un’Apnea vera e propria.

Il russamento in generale è dovuto al passaggio dell’aria attraverso vie aeree superiori ristrette, con comparsa di un flusso turbolento e vibrazione di ugola e palato molle. L’ostruzione delle vie aeree superiori si verifica più frequentemente a livello orofaringeo, unico segmento privo di un sostegno scheletrico o cartilagineo e pertanto facilmente collassabile, quando la persona assume la posizione supina e il tono muscolare si riduce come avviene nel sonno. Russare aumenta il rischio cardiovascolare; il pericolo di ICTUS sale di circa 4 volte, quello di Ipertensione cresce di due volte e mezzo e la probabilità di diventare diabetici raddoppia.

APNEE E ICTUS

Diversi studi hanno dimostrato come le Apnee Notturne Ostruttive siano molto frequenti in pazienti con ICTUS o Attacco Ischemico Transitorio, o TIA, e come rischio, gravità e impatto risultino significativamente più elevati nei pazienti con Apnee. Per questo, in soggetti che soffrono di Apnee Notturne Ostruttive, il corretto monitoraggio di Pressione Arteriosa e Fibrillazione Atriale con uno strumento validato e riconosciuto scientificamente contribuisce a prevenire un eventuale insorgenza di ICTUS.

I rapporti tra Apnee nel sonno ed ICTUS sono complessi: vi è una crescente evidenza che l’Apnea Notturna Ostruttiva rappresenti un fattore di rischio indipendente per diabete mellito tipo 2, Ipertensione Arteriosa, Cardiopatia Ischemica ed Aritmica. La sindrome delle Apnee Ostruttive nel sonno si associa a un aumentato rischio di ICTUS: numerosi studi hanno infatti mostrato una elevata prevalenza di Apnea Notturna Ostruttiva che supera il 60% in pazienti con ICTUS e tale associazione è indipendente da altri fattori di rischio cardiovascolari e cerebrovascolari, Ipertensione inclusa. Le Apnee inducono oscillazioni parossistiche dell’attività simpatica che favoriscono la comparsa di Ipertensione Arteriosa.

DIAGNOSI E CURA

Maggiore è la probabilità che il soggetto presenti una sindrome delle Apnee nel sonno con un quadro clinico ricco di sintomi e segni, più semplice può essere il sistema strumentale da utilizzare. Dal numero degli eventi respiratori per ora di sonno si ottiene l’indice di disturbo respiratorio, che deve essere integrato alla valutazione clinica per una corretta definizione diagnostica e terapeutica.

L’approccio terapeutico è necessariamente multidisciplinare e deve essere coordinato da esperti in medicina del sonno. Fondamentale in tutti i pazienti è l’intervento sullo stile di vita come perdita di peso, attività fisica, sospensione dell’alcool e dei sedativi benzodiazepinici nelle ore serali e non dormire in posizione supina. La terapia strumentale si basa in generale sull’utilizzo di ventilatori C-PAP (Continuous Positive Air Pressure), che rappresentano la terapia di più provata efficacia e agiscono aumentando la pressione nelle vie aeree superiori in maniera controllata.

In virtù delle crescenti possibilità diagnostiche e terapeutiche, le Apnee del sonno devono essere diagnosticate sia in fase acuta che nell’ottica di prevenzione dell’ICTUS e più generale delle patologie cardiovascolari da parte dello specialista e del medico di medicina generale.

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FATTORI DI RISCHIO ICTUS: DIABETE

Il diabete è una malattia importante e, se non viene correttamente curata, presenta complicanze macro e microvascolari. Il diabete aumenta il rischio di aterosclerosi, favorisce l’ipertensione e l’ipercolesterolemia.

La glicemia si misura in milligrammi per decilitro (mg/dl) o in millimoli per litro (mmol/l). Si parla di diabete quando la glicemia misurata a digiuno almeno due volte a distanza di una settimana è uguale o superiore a 126 mg/dl.

Esistono due forme di diabete:

  • il diabete di tipo I o insulino-dipendente, da cui sono affette circa il 10% delle persone diabetiche, colpisce i giovani. Le cause del diabete di tipo I sono essenzialmente genetiche.
  • il diabete di tipo II o non insulino-dipendente, da cui sono affette circa il 90% delle persone diabetiche, è legato all’eccesso di peso. Il diabete di tipo II dipende dall’età, dalla familiarità e da abitudini non salutari, come uno stile di vita sedentario, un’alimentazione troppo ricca, l’obesità. L’iperglicemia che si realizza a seguito dell’alterato metabolismo del glucosio può essere asintomatica, soprattutto nel diabete tipo 2, con la conseguenza di produrre silenziosamente un danno anatomo-funzionale a carico dei vasi sanguigni. A sua volta, questo si traduce nel progressivo malfunzionamento degli organi colpiti (rene, occhio, cuore, sistema nervoso), non più adeguatamente vascolarizzati, con conseguente rischio di insufficienza renale, cecità, cardiopatie, neuropatie periferiche ed eventi cardio-cerebrovascolari acuti.

ALIMENTAZIONE E STILI DI VITA

Il diabete è uno dei maggiori fattori di rischio per le malattie cardiovascolari. Ma le persone diabetiche possono ridurre il proprio rischio cardiovascolare, conseguentemente di ICTUS, che in casi gravi può essere fortemente disabilitante o anche fatale, modificando gli altri fattori di rischio:

controllando il peso,

svolgendo regolarmente attività fisica. L’esercizio fisico non solo favorisce la perdita di peso, ma contribuisce anche ad abbassare il livello di zuccheri nel sangue,

limitando il consumo di alcol,

avendo un’alimentazione bilanciata, povera di zuccheri e grassi.

Molti dei cibi che mangiamo si trasformano in uno zucchero, il glucosio, che viene usato dall’organismo per produrre energia. Il pancreas produce un ormone, l’insulina, che facilita l’ingresso del glucosio nelle cellule. Le persone che hanno il diabete non producono abbastanza insulina o non sono in grado di usare l’insulina come dovrebbero; questo provoca un innalzamento del livello di zuccheri nel sangue, cioè un aumento della glicemia.

L’eccedenza di zuccheri nel sangue può indurire i vasi sanguigni grandi o piccoli (danni macrovascolari e microvascolari) rendendo più difficoltosa la circolazione e può provocare l’accumulo di placche solide sulle pareti dei vasi che staccandosi possono occludere vasi più piccoli aumentando così il rischio di ICTUS e infarti.

Un’individuazione precoce e tempestiva del diabete può, invece, permettere di intervenire sui pazienti quando sono ancora nella prima fase della malattia, dove il rischio di una grave conseguenza come l’ICTUS cresce lentamente e può essere ancora soggetto a prevenzione.

DIABETE, ICTUS E PREVENZIONE

In Italia l’ICTUS è la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie, causando il 10-12% di tutti i decessi per anno, e rappresenta la principale causa di invalidità. L’incidenza dell’ICTUS aumenta in modo progressivo con l’età; per avere un’idea, il 75% degli ICTUS colpisce i soggetti di oltre 65 anni. L’ICTUS ischemico è la forma più frequente nell’80% dei casi. Nelle persone diabetiche il rischio di ICTUS ischemico è 3 volte più elevato rispetto ad un soggetto normale.

Il diabete costituisce un importante fattore di rischio ICTUS ischemico e di malattie cerebrovascolari. Tra le varietà di ICTUS ischemico quella lacunare sembra essere peculiare del paziente diabetico, essendo legata a una patologia delle piccole arterie penetranti dell’encefalo. L’Ipertensione Arteriosa costituisce il più importante fattore di rischio modificabile di ICTUS nel paziente diabetico ed è ampiamente dimostrato che la sua correzione farmacologica costituisce oggi la migliore possibilità di prevenzione primaria e secondaria dell’ICTUS.

La prevenzione primaria e secondaria dell’ICTUS si avvale poi di altre misure, quali la riduzione della colesterolemia mediante statine, la correzione dello squilibrio glicometabolico del diabete di tipo 2, preferibilmente mediante le modificazioni dello stile di vita e l’impiego di farmaci insulino-sensibilizzanti, l’impiego degli antiaggreganti piastrinici ma anche e non di minor importanza attraverso una corretta misurazione della Pressione Arteriosa con dispositivi scientificamente validati.

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PRESSIONE ARTERIOSA: TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE IN UNA PICCOLA GUIDA

Quando si parla di Pressione ci riferiamo comunemente a quella Arteriosa. Nei vasi sanguigni ci deve essere una certa pressione affinché il sangue possa affluire a tutto il corpo ed a tutti i suoi organi e tessuti. Due meccanismi provvedono a generare questa pressione: l’azione ritmica del cuore quale pompa premente e la resistenza delle pareti dei vasi sanguigni.

Il cuore batte ad intervalli regolari generando due valori differenti:

  • La Pressione Sistolica (valore superiore, «massimo») si ha quando il cuore si contrae e spinge il sangue nella circolazione. La Pressione nei vasi sanguigni sale.
  • La Pressione Diastolica (valore inferiore, «minimo») si ha quando il cuore si rilassa. La Pressione nei vasi sanguigni scende. In ogni misurazione della Pressione si rilevano i due valori pressori. La Pressione Arteriosa è considerata normale quando il valore sistolico è inferiore a 135 mmHg (millimetri della colonnina di mercurio) e quello diastolico è inferiore a 85 mmHg. Migliori per la salute sono però valori ancora più bassi.

Questi valori sono riconosciuti e condivisi da tutti i principali istituti medico-scientifici che si occupano di Pressione, come la Società Europea dell’Ipertensione (ESH), la Società Europea di Cardiologia (ESC), la Società Internazionale dell’Ipertensione (ISH), e in Italia sono stati recepiti dalla Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa (SIIA).

Il valore da tenere sotto controllo è quello della massima. Monitorare la Pressione Arteriosa costantemente è fondamentale per fare prevenzione.  Se ci si accorge precocemente dell’innalzamento è più facile intervenire ed evitare quindi di arrecare danno al nostro sistema cardiovascolare.

I VALORI DELLA PRESSIONE ARTERIOSA

I valori di normalità sono per l’età adulta 115-130 mmHg (millimetri di mercurio) come massima (Pressione sistolica) e 75-80 mmHg come minima (Pressione Diastolica). Il valore più elevato della Pressione misurata è quello che determina la valutazione.

Con un valore di 140/80 mmHg andrà preso come riferimento il valore della Sistolica (140 mmHg) che indicherà una “Pressione Arteriosa alta” (135-160 mmHg).

Analogamente con un valore di 130/90 mmHg andrà preso come riferimento il valore della Diastolica (90 mmHg) che indicherà una “Pressione Arteriosa alta” (85-100mmHg).

In caso di Pressione bassa il sangue non circola in modo corretto e i tessuti periferici e gli organi non ricevono abbastanza ossigeno e tendono ad andare in sofferenza. I sintomi della Pressione bassa come vertigini, svenimento, vista sfuocata sono legati alla scarsa ossigenazione delle cellule del cervello.

In caso di Pressione alta o Ipertensione invece abbiamo forti sollecitazioni ai vasi sanguigni, che a lungo andare rischiano di rompersi generando un ICTUS oppure il cuore può andare in sofferenza a causa di sforzi eccessivi e si ha un infarto.

IPERTENSIONE

Si parla di Ipertensione Arteriosa quando i valori pressori sono superiori a 135/85 mmHg. Dato che la Pressione Arteriosa varia nel corso della giornata, la diagnosi di Ipertensione si pone solamente quando la si accerta con almeno tre misurazioni effettuate ad ore diverse ed in giorni diversi. Si parla di Ipertensione Arteriosa anche se solo uno dei due valori (inferiore o superiore) è troppo alto.

Ci sono però diversi fattori che disturbano la regolazione della Pressione.  Vediamo quindi quali sono i fattori di rischio e le possibili situazioni che possono portare all’Ipertensione. Si tratta di elementi che in genere aumentano con l’avanzare dell’età: familiarità e predisposizione genetica; vita sedentaria; sovrappeso e obesità; alimentazione non equilibrata (consumo elevato di sale, consumo elevato di caffè); abuso di alcool e droghe; fumo; età avanzata; squilibri ormonali; carenza di vitamina D; insonnia o poche ore di sonno; lo stress.

In caso di Ipertensione leggera, ovvero valori al di sotto dei 160/100 mmHg, sicuramente un cambiamento nello stile di vita come ridurre il sovrappeso, svolgere adeguata attività fisica, seguire un’alimentazione sana e a basso contenuto di sale, smettere di fumare e combattere lo stress, possono contribuire ad abbassare la Pressione a valori normali. In caso di Ipertensione media o grave (valori da 160/100 mmHg in su) generalmente i cambiamenti dello stile di vita non sono sufficienti. È allora necessario seguire terapie antiipertensive con la prescrizione del proprio medico per evitare che l’Ipertensione abbia conseguenze gravi.

L’Ipertensione Arteriosa è molto pericolosa, perché una Pressione costantemente troppo alta danneggia i vasi sanguigni e sovraccarica il miocardio (muscolo cardiaco). Per questo l’Ipertensione è uno dei più importanti fattori di rischio ICTUS.

COME MISURARSI LA PRESSIONE

Tenere sotto controllo la Pressione è semplice. Infatti è un’operazione che può essere svolta in maniera del tutto autonoma a casa propria, con un misuratore validato scientificamente e preciso.

Il consiglio degli esperti è quello di misurare la Pressione almeno 3 volte per avere un risultato accurato. Per questo esistono dispositivi come il Microlife AFIB Advanced Easy che dispongo della modalità con 3 misurazioni automatiche, raccomandata sia per la misurazione della Pressione Arteriosa che per lo screening della Fibrillazione Atriale ma, purtroppo, molti utenti preferiscono la modalità singola. Microlife AFIB Advanced garantisce il controllo della Fibrillazione Atriale in ogni condizione ed è quindi l’ideale per la prevenzione ICTUS.

Attenzione anche al momento della giornata. E’ preferibile misurare la Pressione durante la sera sempre alla stessa ora perché tendenzialmente raggiunge il valore massimo. Uno sforzo fisico, sollecitazioni psichiche, agitazione, stress o dolori fanno salire temporaneamente la Pressione.

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OBESITA’ E PROBLEMI CARDIOVASCOLARI

Il progressivo incremento della prevalenza dell’obesità in tutto il mondo, sia in età pediatrica sia negli adulti, ha indotto il mondo scientifico a considerarla una patologia epidemica ed uno dei fattori di rischio ICTUS.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato l’allarme, indicando l’obesità e l’inattività fisica tra i principali fattori di rischio per lo sviluppo di malattie non trasmissibili ed inoltre ha individuato nell’obesità un vero e proprio problema di “salute pubblica di proporzioni epidemiche”. Ogni anno, nel nostro paese, si spendono oltre 23 miliardi di euro per far fronte al problema che coinvolge oltre 5 milioni di persone di cui circa 800 mila gravemente obesi.

Sovrappeso ed obesità sono problematiche complesse, che dipendono da diversi fattori, genetici, ormonali e psicologici e che comportano per il loro trattamento molteplici figure sanitarie: dal medico di medicina generale agli specialisti che possano agire sulla dieta, fornire un supporto psicologico, ma soprattutto intervenire sul corretto stile di vita. Attorno all’obesità spesso si sviluppano convinzioni errate frutto di informazioni e fonti poco accurate. Tali convinzioni possono indurre le persone affette da sovrappeso o obesità a pensare di non avere bisogno del medico e di poter gestire la propria problematica affidandosi al fai-da-te. La consapevolezza della malattia è il primo passo per il suo trattamento. E’ necessario capire che l’obesità non è una malattia che può essere curata in un lasso di tempo definito, ma una condizione che accompagna la persona che ne soffre per tutta la vita e che necessita di un impegno quotidiano. Bisogna comprendere ed essere consapevoli che l’obesità si associa a una riduzione media dell’aspettativa di vita di circa 6-7 anni e tale fenomeno è in parte dovuto alla maggiore prevalenza delle malattie cardiovascolari, come Ipertensione e ICTUS.

GLI STUDI

Una serie di studi condotti nel tempo ha confermato la relazione tra ICTUS, Ipertensione e obesità.

  • Numerosi studi, come il Framingham Heart Study, il Manitoba Study e l’Harvard School of Public Health Nurses Study, hanno documentato che l’obesità favorisce lo scompenso cardiaco, la Fibrillazione Atriale, l’ICTUS e la morte improvvisa. Per quanto attiene al rischio di ICTUS, diversi studi prospettici a lungo termine hanno dimostrato un’associazione tra l’aumento del BMI*, ovvero l’Indice di Massa Corporea, e il rischio complessivo di ICTUS o di ICTUS ischemico.
  • Il Physician’s Health Study, studio prospettico condotto in 21.414 uomini, ha dimostrato che, rispetto ai soggetti normopeso, i pazienti in sovrappeso hanno un rischio relativo di ICTUS celebrale di 1,32, di ICTUS ischemico di 1,35 e di ICTUS emorragico di 1,25, mentre i pazienti obesi hanno un rischio relativo di ICTUS celebrale di 1,91, di ICTUS ischemico di 1,87 e di ICTUS emorragico di 1,92.
  • Lo studio CHA (Chicago Heart Association Detection Project Industry, caratterizzato da un follow-up più lungo rispetto alla media degli altri studi, ha dimostrato che i soggetti che in giovane età erano obesi hanno un maggiore rischio di ospedalizzazione e di mortalità per malattie cardiovascolari dopo i 65 anni rispetto ai soggetti che in giovane età erano normopeso, pur a parità di fattori di rischio aggiuntivi (Ipertensione, diabete mellito e ipercolesterolemia).
  • La maggior parte delle persone con elevati valori pressori hanno eccesso ponderale e l’Ipertensione è circa 6 volte più frequente nei soggetti obesi che in quelli magri. La Pressione Arteriosa è il risultato del prodotto tra portata cardiaca e resistenze vascolari periferiche che nell’obeso non iperteso sono ridotte. Con il progressivo aumento dei valori della Pressione Arteriosa si verifica anche un incremento delle resistenze periferiche.  Tutti i fattori che influenzano la portata cardiaca e le resistenze periferiche possono condizionare la relazione tra obesità e Pressione Arteriosa.

L’INDICE DI MASSA CORPOREA*

La classificazione della popolazione in base al peso viene fatta utilizzando l’indice di massa corporea (BMI = Body Mass Index, secondo la definizione americana), considerato il più rappresentativo della presenza di grasso corporeo in eccesso. Il BMI si calcola secondo la formula seguente:
BMI= peso (in kg)/quadrato dell’altezza (in metri)

Le classi di peso per gli adulti indicate dal BMI sono:
<18,5 sottopeso;
18,5 – 24,9 normopeso;
25 – 29,9 sovrappeso;
>30 obesità.

COME COMPORTARSI

Un corretto stile di vita indubbiamente può aiutare le persone a limitare significativamente gli effetti negativi dell’obesità sullo sviluppo delle malattie cardiovascolari. Corretta alimentazione, attività fisica e monitoraggio della Pressione Arteriosa e Fibrillazione Atriale sono tra i principali strumenti su cui fare leva per evitare complicanze cardiovascolari.

Per una persona in sovrappeso è molto importante pianificare i pasti prestando attenzione a non fare intervalli troppo lunghi tra l’uno e l’altro, non saltare gli spuntini di metà giornata, non lasciare cibo in vista, soprattutto quello ad alto rischio di tentazione. Può essere molto utile tenere porzioni di verdura già pulita in frigorifero per i momenti più critici, fare porzioni piccole e servirsi di cibo solo una volta e mangiare lentamente: bocconi piccoli e masticati a lungo. L’acquisto di cibi già pronti o precotti ad alto contenuto di grassi e prodotti in maxi confezioni, quali biscotti, bibite, snack dolci e salati è assolutamente da evitare. Un’altra importante considerazione è quella di non affidarsi mai alle diete fai-da-te ma farsi seguire da un medico esperto. Inoltre è fondamentale fare ogni giorno almeno 30 minuti di attività motoria di intensità moderata per consumare il grasso in eccesso e allo stesso tempo cercare di diminuire le resistenze periferiche (con conseguente calo pressorio). Questo è possibile con esercizi di tipo aerobico, come correre, camminare, andare in bicicletta, nuotare. Per le persone obese che hanno una probabilità elevata di soffrire di Ipertensione e Fibrillazione Atriale è fondamentale il monitoraggio quotidiano con dispositivi idonei ed altamente precisi che consentano di prevenire l’insorgenza di complicanze come l’ICTUS.

Per i pazienti obesi è necessario utilizzare misuratori della pressione specificatamente validati ed in grado di misurare in modo accurato la Pressione Arteriosa e la Fibrillazione Atriale come Microlife AFIB Advanced. E’ molto importante utilizzare un bracciale validato clinicamente e in grado di adattarsi alla dimensione del braccio del paziente obeso come quello Microlife L-XL da 32 a 52 cm.

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ICTUS ISCHEMICO TRANSITORIO (TIA): ECCO DI COSA SI TRATTA

A volte, è possibile che l’ICTUS si manifesti senza particolari segni premonitori, e in alcuni casi potrebbe esserci un deficit circolatorio al cervello senza essersene accorti. Ciò capita quando si verifica un TIA, o Attacco Ischemico Transitorio. Il TIA è un calo temporaneo nell’afflusso di sangue al cervello, sufficiente a determinare un deficit che in generale non è tanto prolungato da indurre alla morte dei neuroni. Normalmente, al termine dell’episodio ischemico, cioè, quando si conclude il deficit circolatorio, la persona torna in una situazione normale.

Questo segnale d’allarme, che può manifestarsi in diversi modi, è estremamente importante. 1 persona su 3 tra quelle che hanno avuto un TIA è destinata ad andare incontro a un vero e proprio ICTUS, che in 1 caso su 5 compare entro un anno. Per questo occorre fare molta attenzione ad alcuni segni premonitori, come il torpore improvviso di una gamba o di un braccio con perdita di forza, il calo della vista, un’improvvisa difficoltà nel parlare. Riconoscere il TIA, quindi, è fondamentale perché consente di diagnosticare l’eventuale lesione alle carotidi o altre arterie e quindi di mettere in atto una prevenzione sia attraverso il continuo monitoraggio di Pressione Arteriosa e Fibrillazione Atriale sia attraverso farmaci che mantengano diluito il sangue oppure, in extremis, attraverso intervento chirurgico.

L’Attacco Ischemico Transitorio può essere precursore di una malattia cerebrovascolare più pericolosa: l’ICTUS ischemico. L’ICTUS ischemico si verifica quando i neuroni, privi di ossigeno e nutrienti, a causa di un inadeguato flusso sanguigno, vanno incontro ad una morte irreversibile. In questo caso le cellule danneggiate non recuperano le loro funzioni, e il danno neurologico conseguente è praticamente permanente.

STUDI ED EVIDENZE SCIENTIFICHE SUL TIA

Negli anni l’attenzione posta sui casi di TIA è aumentata: grazie a molti studi è stato scoperto che questi Attacchi Ischemici Transitori sono spesso seguiti da un ICTUS vero e proprio.

A tal proposito è stata pubblicata una revisione sistematica sulla rivista JAMA, ovvero il Journal of American Medical Association, che analizza e riassume studi clinici condotti negli ultimi anni, fornendo maggiore specificità sulle evidenze scientifiche riguardo i TIA.

L’analisi gira attorno al quesito riguardo l’incidenza con cui si presenta un ICTUS ischemico dopo che si è verificato un TIA. Come viene riportato da un articolo di Medical Facts si evince che sono stati selezionati ben 68 studi che risalgono agli ultimi 50 anni, dal 1971 al 2019. Sono stati presi in esame 206.455 individui in totale, il 42% di uomini e il 58% di donne. Le più frequenti malattie concomitanti si sono rivelate l’Ipertensione Arteriosa, il Diabete, le Malattie Vascolari, la Fibrillazione Atriale e l’ ICTUS ischemico.

I risultati dell’analisi parlano chiaro, il rischio di avere un ICTUS ischemico in seguito ad un TIA è stato stimato del:
– 2,4% dopo 2 giorni dal TIA,
– 3,8% dopo 7 giorni dal TIA,
– 4,1% dopo 30 giorni dal TIA,
– 4,7% dopo 90 giorni dal TIA.

In linea generale negli ultimi 20 anni inoltre è emerso che si sono ridotti gli ICTUS conseguenti ad Attacchi Ischemici Transitori. Questa differenza, secondo la rivista Medical Facts, potrebbe essere correlata alla maggior attenzione posta sul problema e al diverso approccio terapeutico: le crescenti evidenze scientifiche hanno permesso non solo di comprendere e gestire meglio gli episodi di TIA, ma anche di affrontare e correggere i principali fattori di rischio, come Ipertensione Arteriosa e Fibrillazione Atriale. Ma dal 2007 in poi è stato riscontrato che l’incidenza di ICTUS conseguenti a TIA non è ulteriormente diminuita rispetto agli anni precedenti. I ricercatori hanno interpretato questo fenomeno come una conseguenza dell’aspettativa di vita sempre più lunga: nonostante il trattamento delle malattie cerebrovascolari e dei fattori di rischio sia migliorato, la popolazione mondiale raggiunge età sempre più avanzate, esponendosi così ad un rischio sempre più elevato di ICTUS.

I dati e le evidenze scientifiche raccolte confermano che avere un Attacco Ischemico Transitorio è un campanello d’allarme davvero importante, in quanto è correlato ad un alto rischio di essere colpiti da un ICTUS ischemico nei giorni o mesi successivi. Ma è possibile cercare di prevenire il più possibile questa situazione tenendo sotto controllo alcuni fattori di rischio come la Pressione Arteriosa e la Fibrillazione Atriale utilizzando un misuratore specificatamente validato e raccomandato per questo utilizzo.

La Fibrillazione Atriale, un’irregolarità del battito del cuore, o aritmia, che non permette a tutto il sangue, di essere pompato nelle camere inferiori del cuore (ventricoli), come accade nelle persone sane. La contrazione irregolare delle camere superiori del cuore (atri) determina un ristagno di sangue che può portare alla formazione di coaguli (grumi). Questi coaguli possono immettersi nella circolazione sanguigna e arrivare al cervello causando un ICTUS ischemico. La Fibrillazione Atriale è responsabile del 20% dei casi di ICTUS ed è quindi la causa principale di questa complicanza vascolare.

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COVID – 19 E IPERTENSIONE ARTERIOSA

Il COVID-19 purtroppo ha sconvolto la vita di tutti e senza arrestare la sua carica virale ha colpito con maggiore forza e fervore le persone immunodepresse e con più o meno gravi patologie pregresse.

Tra le categorie di persone con patologie croniche che in assoluto sono più a rischio di sviluppare forme gravi di COVID-19, e che quindi devono essere particolarmente attente a proteggersi dal virus, ci sono cardiopatici, ipertesi e in generale le persone con preesistenti malattie cardiovascolari.

Secondo alcuni dati italiani raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) il 75% dei primi 155 pazienti deceduti nella prima ondata a causa dell’infezione da Coronavirus soffriva di ipertensione, mentre il 70% era affetto da cardiopatia ischemica.

Si tratta di una conferma rispetto a quanto emerso anche in Cina da uno studio pubblicato dal Chinese Center for Disease Control and Prevention. Inoltre da questi dati viene presa in considerazione la letalità del virus: partendo da un valore medio sulla popolazione poco superiore al 2%, per le persone ipertese sale al 6% e raggiunge addirittura il 10% nei pazienti con scompenso cardiaco o altre malattie cardiovascolari o cerebrovascolari croniche.

Altri studi hanno riportato un’incidenza dell’ipertensione del 15-31% nei pazienti COVID-19 ospedalizzati, e che era associata ad un rischio di patologia severa maggiore di circa 2,5 volte.

LE COMPLICANZE CARDIOVASCOLARI PRE E POST COVID-19

Come abbiamo già anticipato, tra le complicanze della malattia COVID-19 molte sono di tipo cardiovascolare. Non deve però sorprendere che una malattia che colpisce l’apparato respiratorio in modo così aggressivo possa causare danni a livello cardiovascolare, e quindi colpire più duramente i pazienti che già presentano patologie cardiovascolari croniche. La scarsa capacità dei polmoni, colpiti dal virus, di ossigenare il sangue ha infatti come diretta conseguenza un carico di lavoro superiore per il cuore, a cui viene chiesto di pomparne di più e più velocemente. Secondo una ricerca pubblicata sull’European Heart Journal, i pazienti ipertesi hanno un rischio di complicanze molto elevato rispetto ai soggetti contagiati che non soffrono di ipertensione ed inoltre che i pazienti con ipertensione arteriosa che non assumevano farmaci per controllare questa condizione presentavano un rischio ancora maggiore di morire per COVID-19.

I CONSIGLI CHE FORNISCE DELLA SIIA PER PREVENIRE IL COVID-19 NELLE PERSONE IPERTESE

Affinché le persone ipertese possano ridurre il rischio di contrarre il COVID-19, la SIIA, la Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa ha stilato dei consigli molto utili a cui dare la massima attenzione:

1) Stare a casa, a meno che non ci siano motivi molto seri e reali (di salute, ad esempio) ricordando di assumere regolarmente la terapia antiipertensiva (e le altre terapie) prescritte dal proprio medico. Se si avvertono sintomi simil-influenzali è fondamentale chiamare il proprio medico di famiglia o fare riferimento ai numeri dell’emergenza COVID regionale: oltre a 118 e 1500, quelli reperibili sul sito http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?id=5364&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto.

2) Mantenere la distanza di sicurezza con gli altri di almeno due metri. Non stringere mani o abbracciare persone che non siano conviventi e lavarsi spesso le mani.

3) Fare la spesa in un mercato, se possibile all’aperto, mantenendo sempre la distanza di sicurezza.

3) Non andare, se non è indispensabile, dal medico ma telefonargli se occorre. Per misurarsi la pressione arteriosa: usare gli apparecchi per l’automisurazione domiciliare.

6) Se si è costretti ad uscire portare i guanti, cercando di mantenere la distanza di sicurezza con gli altri (due metri) e, appena possibile, lavarsi le mani. I guanti vanno disinfettati ogni giorno. Se sono usa e getta, vanno gettati al ritorno a casa nella differenziata, che va chiusa con accuratezza prima di essere gettata. Indossare sempre la mascherina tenendo presente che per proteggersi dalle persone infettate occorre la mascherina FFP2 o, se è disponibile, FFP3, la cui durata di azione e scritta sulla confezione.

7) Se si deve tossire o starnutire è importante farlo con un fazzoletto di carta davanti a bocca e naso e buttare poi il fazzoletto nel WC. Se non si ha un fazzoletto usare la mano ma lavarla immediatamente con cura con un apposito igienizzante o sapone.

8) Continuare una dieta sana, contenente verdura, frutta e pochissimo sale. Idratarsi molto (a meno di controindicazioni specifiche).