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SCOMPENSO DA IPERTENSIONE: COME IL CERVELLO PROTEGGE IL CUORE

L’insufficienza cardiaca rappresenta una delle principali cause di mortalità legate all’ipertensione, una condizione che coinvolge milioni di persone in tutto il mondo.

Uno studio guidato dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Immunity ha svelato un meccanismo biologico complesso che coinvolge il cuore, il cervello e la milza nella risposta cardiaca al sovraccarico emodinamico provocato dall’ipertensione arteriosa.

Secondo la ricerca, il cuore sottoposto a pressione a causa dell’ipertensione invia un segnale al cervello, il quale attiva il sistema immunitario che stimola le cellule della milza.

Rilasciare il fattore di crescita denominato Placental Growth Factor (PlGF), capace di stimolare specifiche cellule immunitarie nel muscolo cardiaco, favorendo un rimodellamento adattativo.

Tuttavia, con il tempo, questo processo tende a peggiorare, compromettendo la funzionalità del cuore.
Lo studio, condotto sia su modelli animali che sull’uomo, descrive un vero e proprio circuito biologico che collega tre organi:

  • il cuore, che segnala il sovraccarico;
  • il cervello, che processa l’informazione e invia comandi alla milza;
  • la milza, che risponde producendo il PlGF.

Il PlGF stimola particolari macrofagi residenti nel cuore che esprimono il recettore Neuropilina-1. Queste cellule immunitarie proliferano, favorendo una risposta strutturale che permette al muscolo cardiaco di sopportare l’elevata pressione.

Uno dei meccanismi fondamentali attraverso cui il cervello regola la pressione arteriosa è il riflesso barocettivo attraverso la stimolazione dei neuroni specializzati, i barocettori, situati nell’arco aortico e nei seni carotidei, che monitorano i cambiamenti della pressione sanguigna e li trasmettono al midollo allungato.

Quando la pressione aumenta, il cervello risponde riducendo la frequenza cardiaca e inducendo vasodilatazione per stabilizzare il flusso sanguigno.

Il cervello è particolarmente sensibile alle variazioni del flusso sanguigno e dispone di meccanismi di autoregolazione che mantengono una pressione costante. Questi meccanismi coinvolgono fattori metabolici, miogenici e neurogeni che assicurano un adeguato apporto di ossigeno e nutrienti, proteggendo i neuroni dalle fluttuazioni pressorie.

La connessione tra sistema nervoso e sistema immunitario

Gli studi condotti hanno dimostrato che il sistema nervoso centrale influisce sulla frequenza cardiaca attraverso due centri cardiovascolari nel midollo allungato:

  • aree cardioacceleratrici, che stimolano l’attività cardiaca tramite la stimolazione simpatica;
  • aree cardioinibitorie, che la riducono attraverso la stimolazione parasimpatica.

L’attivazione del sistema immunitario nella milza in risposta ai segnali cerebrali rappresenta una scoperta innovativa.
I livelli di PlGF nel sangue aumentano nei pazienti ipertesi, indicando un legame tra il sistema immunitario e il rimodellamento del cuore. Inoltre, la presenza della proteina Neuropilina-1 nei macrofagi cardiaci umani conferma l’esistenza di un meccanismo simile anche nella nostra specie.

Implicazioni terapeutiche e prospettive future

Questa scoperta apre nuove prospettive nella comprensione del rapporto tra sistema nervoso e sistema immunitario nella regolazione del cuore.

In futuro, potrebbero essere sviluppate strategie terapeutiche capaci di modulare questa risposta naturale per prevenire la progressione dell’insufficienza cardiaca.

Il coinvolgimento di istituzioni internazionali come l’Università di Manchester, l’Università di Toronto e l’Università di Edimburgo evidenzia l’importanza globale di questa ricerca e il suo potenziale impatto sulla salute pubblica.

Lo studio dell’I.R.C.C.S. Neuromed ha rivelato un nuovo meccanismo attraverso il quale il cervello protegge il cuore dallo scompenso da ipertensione.

Comprendere e modulare questo asse cuore-cervello-milza potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento dell’insufficienza cardiaca, migliorando la qualità della vita di milioni di pazienti ipertesi in tutto il mondo.

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DIABETE E INVECCHIAMENTO: IL LEGAME CHE MINACCIA LA SALUTE

L’invecchiamento è un processo naturale che coinvolge l’intero organismo, ma nei soggetti diabetici questo processo subisce un’accelerazione significativa.
Il diabete, soprattutto di tipo 2, influisce negativamente sulla funzione cellulare, sulla salute vascolare e sulle capacità rigenerative del corpo, portando a un deterioramento precoce dei tessuti e aumentando il rischio di malattie gravi come l’ictus.

Il diabete come fattore di invecchiamento accelerato

Il diabete è una patologia cronica caratterizzata da alti livelli di glucosio nel sangue, dovuti a una produzione insufficiente di insulina o a una resistenza da parte delle cellule.
Questa condizione provoca danni sistemici che accelerano l’invecchiamento in diversi modi:

  • Stress ossidativo e danni cellulari
    L’iperglicemia cronica aumenta la produzione di radicali liberi, molecole instabili che danneggiano le cellule e accelerano il processo di invecchiamento. Lo stress ossidativo compromette il DNA, le proteine e i lipidi cellulari, riducendo la capacità rigenerativa dell’organismo.
  • Infiammazione cronica di basso grado
    Il diabete è associato a un’infiammazione persistente, che contribuisce alla degenerazione dei tessuti e accelera l’invecchiamento di organi vitali come il cuore, il cervello e i reni. Questa infiammazione cronica è anche un fattore chiave nello sviluppo di malattie neurodegenerative.
  • Disfunzione mitocondriale
    I mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, subiscono alterazioni in presenza di diabete, riducendo l’efficienza del metabolismo e favorendo l’accumulo di radicali liberi e di conseguenza danni cellulari. Questo porta a una minore produzione di energia e a un progressivo declino funzionale.
  • Deterioramento del sistema vascolare
    Il diabete danneggia i vasi sanguigni accelerando il processo di aterosclerosi ovvero formazione di placche che riducono l’elasticità delle arterie e compromettono la circolazione. Questo porta a un maggiore rischio di ictus, infarto e altre complicanze cardiovascolari.
  • Alterazioni ormonali e riduzione della longevità
    Il diabete influenza i livelli di ormoni chiave per il mantenimento della giovinezza, come l’insulina e il fattore di crescita IGF-1, riducendo la capacità del corpo di ripararsi e rigenerarsi.

Il Legame tra diabete e rischio di ictus

Uno degli effetti più pericolosi del diabete sull’invecchiamento è l’aumento del rischio di ictus. Il diabete contribuisce all’ictus attraverso diversi meccanismi:

  • Iperglicemia e danni ai vasi cerebrali, che rendono le arterie più fragili e suscettibili a rotture o ostruzioni.
  • Aumento della pressione sanguigna, che amplifica il rischio di eventi cerebrovascolari.
  • Alterazione della coagulazione, che favorisce la formazione di trombi che possono bloccare il flusso sanguigno al cervello.

È possibile rallentare l’Invecchiamento nei diabetici?

Nonostante il legame tra diabete e invecchiamento accelerato, esistono strategie efficaci per rallentare questo processo.

Il primo passo è sicuramente quello di adottare un’alimentazione equilibrata con una dieta ricca di antiossidanti, fibre e grassi sani per contrastare lo stress ossidativo e migliorare la sensibilità insulinica.

È consigliato svolgere attività fisica in maniera regolare, infatti, l’esercizio aiuta a migliorare il metabolismo e ridurre l’infiammazione.

È necessario controllare i valori della glicemia e monitorare e gestire i livelli di zucchero nel sangue per prevenire danni cellulari.

Il diabete accelera il processo di invecchiamento attraverso molteplici meccanismi che compromettono la salute cellulare e vascolare.

Comprendere questa connessione è essenziale per adottare strategie preventive e migliorare la qualità della vita.

Adottare uno stile di vita sano e prestare attenzione alle proprie abitudini alimentari può contribuire significativamente alla prevenzione riducendo il rischio di complicanze gravi come l’ictus, garantendo un futuro più sano e longevo.

È sempre opportuno consultare il proprio medico per una valutazione e una terapia adeguata in base alle proprie esigenze e necessità.

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INFARTO DOPO I PASTI: UN RISCHIO DA NON SOTTOVALUTARE

Il rischio di infarto dopo i pasti è una tematica di crescente interesse, soprattutto in Italia, dove una significativa parte della popolazione presenta fattori di rischio cardiovascolare.

Secondo i dati del sistema di sorveglianza PASSI, il 41% degli italiani tra i 18 e i 69 anni possiede almeno tre fattori di rischio modificabili, tra cui ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete, fumo di tabacco, sovrappeso/obesità, sedentarietà e abitudini alimentari scorrette. (Istituto Superiore di Sanità)

Alcuni meccanismi fisiologici legati alla digestione possono contribuire a scatenare sintomi di tipo cardiaco, specialmente in persone con fattori di rischio cardiaci preesistenti per malattie cardiovascolari.

Può verificarsi in seguito a un pasto pesante o ricco di grassi, a volte però i sintomi possono essere confusi con quelli di una cattiva digestione.

Cosa accade nel corpo dopo un pasto abbondante?

Dopo aver mangiato, il corpo devia una grande quantità di sangue verso il sistema digestivo per facilitare la digestione.

Questo aumento del flusso sanguigno verso lo stomaco può ridurre temporaneamente l’apporto di sangue ad altri organi, incluso il cuore e per le persone con arterie coronariche ristrette, questa condizione può portare a ischemia o, nei casi più gravi, a un infarto.

Un altro fattore è l’impatto dei pasti ricchi di grassi e carboidrati, che possono causare un aumento temporaneo della pressione sanguigna e dei livelli di zucchero e trigliceridi nel sangue, affaticando ulteriormente il cuore.

Fattori di rischio specifici in Italia

In Italia, l’adozione di abitudini alimentari poco salutari, come il consumo eccessivo di grassi saturi e sale, contribuisce all’aumento dei fattori di rischio cardiovascolare.

La sedentarietà e l’obesità sono ulteriori elementi che aggravano la situazione, rendendo la popolazione più vulnerabile a eventi cardiaci post-prandiali.(Istituto Superiore di Sanità)

Studi recenti indicano che l’orario in cui si consumano i pasti può influenzare il rischio cardiovascolare. In particolare, posticipare la colazione dopo le 9:00 e la cena dopo le 21:00 è associato a un aumento del 28% del rischio di malattie cerebrovascolari, come l’ictus. (Medicina Integrata)

Consigli per la prevenzione

Per mitigare il rischio di infarto dopo i pasti, si raccomanda di:

  • Evitare pasti abbondanti e ricchi di grassi, preferendo porzioni moderate e bilanciate.
  • Mantenere orari regolari per i pasti, anticipando la colazione prima delle 8:00 e la cena prima delle 20:00.
  • Praticare una leggera attività fisica dopo i pasti, come una passeggiata, per favorire la digestione e migliorare la circolazione.
  • Evitare il digiuno intermittente estremo, poiché concentrare i pasti in una finestra temporale ristretta è stato associato a un aumento del rischio di mortalità per malattie cardiovascolari.

Adottare uno stile di vita sano e prestare attenzione alle proprie abitudini alimentari può contribuire significativamente alla prevenzione di eventi cardiovascolari post-prandiali. (Istituto Superiore di Sanità)

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GIORNATA MONDIALE CONTRO L’ICTUS 2024

Il 29 ottobre è la Giornata Mondiale contro l’ICTUS promossa dalla World Stroke Organization, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sui segnali dell’ICTUS e sull’importanza del tempismo.

L’ICTUS è una patologia tempo-correlata: intervenire precocemente è fondamentale. In questo senso è molto importante che le persone siano consapevoli dell’enorme valore che ha la prevenzione.

In caso di comparsa di uno o più sintomi riferibili all’ICTUS è necessario chiamare immediatamente il 118 per il trasporto urgente al Pronto Soccorso di un Ospedale dove si eseguono le cure specialistiche per l’ICTUS (Stroke Unit). Non aspettare di vedere se i sintomi migliorano spontaneamente, non contattare il Medico di Medicina Generale (MMG) o la Guardia Medica e non recarsi in Pronto Soccorso con mezzi propri, anche per evitare di presentarsi in un Ospedale dove non sia attiva una Stroke Unit.

 I sintomi riguardano:

  • improvvisa riduzione o perdita di motilità e di forza e/o improvvisi deficit sensitivi (formicolii, perdita di sensibilità) alla metà inferiore del viso (con asimmetria della bocca che appare “storta” soprattutto quando il paziente prova a sorridere), al braccio e/o alla gamba di un lato del corpo
  • improvvisa difficoltà nel parlare e/o nel comprendere il linguaggio altrui
  • improvvisi disturbi visivi a carico di uno o di entrambi gli occhi
  • improvvisa perdita di coordinazione dei movimenti, sensazione di vertigine, di sbandamento e/o caduta a terra
  • improvviso mal di testa lancinante e inconsueto.

L’acronimo FAST, consente di ricordare facilmente alcuni test da fare quando si sospetta che una persona sia stata colpita da un ICTUS (Cincinnati Prehospital Stroke Scale):

  • F (come Face: Faccia): chiedere alla persona di sorridere e osservare se un angolo della bocca non si solleva o “cade” e la bocca appare “storta”;
  • A (come Arms: braccia): chiedere alla persona di alzare entrambe le braccia e osservare se presenta difficoltà/incapacità a sollevare un braccio o a mantenerlo alzato allo stesso livello dell’altro”;
  • S (come Speech: linguaggio): chiedere alla persona di ripetere una frase semplice e valutare se il suo modo di parlare risulti strano (parole senza senso) o biascicato;
  • T (come Time: Tempo): se è presente uno qualunque di questi segni, bisogna chiamare immediatamente il 118.

La Prevenzione

Oggi più che mai la prevenzione rappresenta l’arma più efficace per ridurre i casi di ICTUS e di altre malattie cardio-cerebrovascolari e si basa essenzialmente sull’adozione e sul mantenimento di stili di vita salutari (non fumare e non consumare altri prodotti del tabacco; praticare regolarmente un’adeguata attività fisica; evitare il consumo rischioso e dannoso di alcol; seguire una sana alimentazione, varia ed equilibrata, prediligendo il consumo di frutta, verdura, cereali integrali e pesce e limitando l’assunzione di sale, carne rossa, grassi di origine animale e zuccheri; mantenere un peso corporeo ottimale), nonché sull’identificazione precoce e sull’adeguata gestione di eventuali fattori che aumentano il rischio di ICTUS, quali Ipertensione Arteriosa e Fibrillazione Atriale, tramite l’utilizzo di misuratori della pressione validati anche per la rilevazione della Fibrillazione Atriale.

Guarda il video con il dott. Giovanzana

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Giornata Mondiale della Fibrillazione Atriale

Il 10 settembre 2024 si celebra la Giornata Mondiale contro la Fibrillazione Atriale, un’importante occasione per sensibilizzare il pubblico sulla prevenzione e la gestione di questa comune e potenzialmente pericolosa aritmia cardiaca.

La Fibrillazione Atriale è un disturbo del ritmo cardiaco caratterizzato da battiti irregolari che impediscono al cuore di pompare efficacemente il sangue nelle camere inferiori (ventricoli). Questa condizione può favorire la formazione di coaguli sanguigni, che, una volta entrati in circolazione, possono raggiungere il cervello e causare un ictus ischemico. Si stima che la Fibrillazione Atriale sia responsabile del 20% degli ictus.

In Italia, la Fibrillazione Atriale colpisce circa 800.000 persone, con oltre 120.000 nuovi casi ogni anno.
La prevalenza della condizione aumenta significativamente con l’età: colpisce il 2-3% della popolazione generale, ma oltre il 10% degli individui di età superiore agli 80 anni. A livello globale, si stima che oltre 33 milioni di persone soffrano di Fibrillazione Atriale, e il numero è destinato a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento dei fattori di rischio come ipertensione, obesità e diabete.

Chi soffre di questa condizione ha un rischio di ictus da 3 a 5 volte superiore rispetto a chi ha un ritmo cardiaco normale, con conseguenti tassi di mortalità e invalidità maggiormente elevati.
Molti casi restano però non diagnosticati poiché possono essere asintomatici; si stima che un terzo dei pazienti con Fibrillazione Atriale non sia consapevole della propria condizione.
Leggi l’approfondimento con il Dottor Giovanzana, clicca qui

L’importanza della prevenzione

La prevenzione e la diagnosi precoce sono fondamentali nella gestione della Fibrillazione Atriale. Identificare tempestivamente questa aritmia può portare a un trattamento adeguato, come l’uso di anticoagulanti, che riduce significativamente il rischio di ictus e mortalità.

Le principali società scientifiche nazionali e internazionali raccomandano lo screening della Fibrillazione Atriale attraverso la misurazione della pressione arteriosa con un misuratore di pressione validato per rilevarla. Grazie ai nuovi algoritmi di rilevamento, che hanno dimostrato un’elevata sensibilità e specificità (superiore al 95%), lo screening è diventato accessibile e semplice, rendendolo una buona abitudine per tutti.

Studi dimostrano che lo screening e la diagnosi precoce della Fibrillazione Atriale, seguiti da trattamenti appropriati, possono ridurre del 68% la probabilità di ictus. Questo dato sottolinea l’importanza di sensibilizzare la popolazione sulla necessità di monitorare regolarmente la propria salute cardiovascolare, specialmente nelle persone a rischio.

La Giornata Mondiale contro la Fibrillazione Atriale è quindi un’opportunità per informare e incentivare alla prevenzione, contribuendo a salvare e a migliorare la qualità della vita di molte persone.

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FIBRILLAZIONE ATRIALE: QUALI SONO I SINTOMI E COME RILEVARLA CON IL DOTT.GIOVANZANA

La Fibrillazione Atriale è un’aritmia cardiaca che si verifica quando l’attività atriale è irregolare e disorganizzata con un numero di contrazioni più elevato della norma. Vi è quindi un difetto elettrico del cuore che porta gli atri a un “cortocircuito”.

È stato chiesto al dottor Antonio Giovanzana – ex Coordinatore della S.I.I.A.- Società Italiana Ipertensione Arteriosa per la Regione Lazio e responsabile del Centro per l’Ipertensione presso il Policlinico Umberto I a Roma –di saperne di più riguardo la fibrillazione atriale, quali sono i sintomi e come fare prevenzione.

Quali sono i rischi della fibrillazione atriale?

La Fibrillazione Atriale è un’irregolarità che non permette a tutto il sangue di essere pompato nelle camere inferiori del cuore (ventricoli) e che può portare alla formazione di coaguli (grumi). I coaguli possono immettersi nella circolazione sanguigna e diventare molto pericolosi:

“Il coagulo potrebbe andare incontro a risoluzione spontanea grazie ai meccanismi riparatori del nostro organismo, o potrebbe malauguratamente migrare verso il cuore o il cervello, causando infarto o ictus”.

Quali sono i sintomi della fibrillazione atriale?

Si stima che sopra gli 80 anni di età 1 persona su 10 soffra di Fibrillazione Atriale ma molte persone non presentano sintomi, può infatti essere asintomatica o con sintomi evidenti come spiegato dal dottor Giovanzana:

“la fibrillazione atriale è quasi paucisintomatica, non ce ne accorgiamo. Spesso invece da sensazione di palpitazione, tachicardia, sentiamo dentro il torace come uno sfarfallio, come se una farfalla si agitasse nel nostro organismo. Altre volte ci possiamo sentire privi di forza, abbiamo una difficoltà visiva. Questi sono tutti segni, molto frequenti nella popolazione anziana, che ci devono avvisare che siamo in un periodo di fibrillazione atriale”.

La Fibrillazione Atriale asintomatica è particolarmente pericolosa perché la persona che ne soffre non viene avvertita dal proprio corpo. Naturalmente soffrirne senza saperlo vuol dire non curarla, aumentando notevolmente il rischio ICTUS.

Oltre il 90% degli episodi di Fibrillazione Atriale è asintomatico e in circa il 30% dei pazienti viene diagnosticato incidentalmente quando è ricoverato in ospedale per altre ragioni, incluso l’ICTUS.

Tipologie di fibrillazione atriale?

Esistono diversi tipi di fibrillazione atriale:

  • Fibrillazione Atriale parossistica: si manifesta improvvisamente nei soggetti affetti da malattie cardiache organiche, oppure in cuori apparentemente sani. Nel soggetto sano il ripristino del ritmo sinusale (cardioversione) avviene spontaneamente, nel 60% dei casi circa durante le prime ore o nei primi giorni dopo l’episodio acuto. Se non c’è cardioversione spontanea, si può tentare la cardioversione farmacologica somministrando farmaci antiaritmici.
  • Fibrillazione Atriale persistente: la Fibrillazione Atriale parossistica diventa Fibrillazione Atriale persistente quando la sua durata supera i 7 giorni oppure quando ha una durata inferiore perché interrotta da interventi farmacologici o elettrici.
  • Fibrillazione Atriale permanente: è definita cronica quando persiste e quando i tentativi di cardioversione non sono stati effettuati o sono stati inefficaci. La Fibrillazione Atriale permanente tende a manifestarsi in un paziente già portatore di malattia cardiaca. In casi particolarmente gravi, un paziente cardiopatico può andare incontro a scompenso cardiaco.


Come rilevare la fibrillazione atriale?

Per diagnosticare la fibrillazione atriale sarebbe sufficiente un elettrocardiogramma, il problema è però rappresentato dalla difficoltà di cogliere l’aritmia quando è presente ed è per questo che si utilizzano diversi sistemi di rilevazione:

“È necessario consultare lo specialista e/o andare a fare un elettrocardiogramma, ma non è detto che la fibrillazione ci sia ancora.

Possiamo quindi ricorrere e usare dei meccanismi di registrazione come l’holter ECG che monitorano l’attività cardiaca fino a una settimana semplicemente con un cerotto che trasmette il segnale a una centrale diagnostica in grado di rilevare il verificarsi di eventuali episodi. Oppure potremmo avvalerci degli apparecchi per misurare la pressione con all’interno un software in grado di misurare la pressione e rilevare una fibrillazione.

Diversamene basta mettere 3 dita alla radice del pollice e sentire il proprio polso. Se è ritmico, senza pause o accelerazioni, stiamo tranquilli. Se è un po’ ballerino possiamo dubitare di avere una fibrillazione atriale.
A prescindere dal metodo di rilevazione utilizzato, l’Importante è che una volta acclarato che abbiamo la fibrillazione atriale dobbiamo assolutamente essere ligi nella terapia prescritta dal cardiologo.”

I nuovi algoritmi presenti negli apparecchi di rilevamento della Fibrillazione Atriale hanno dimostrato di avere un’elevata sensibilità e specificità (>95%) per questa particolare aritmia cardiaca, rendendo di fatto lo screening della Fibrillazione Atriale una buona abitudine alla portata di tutti, senza appesantire il carico di lavoro del personale sanitario.
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ICTUS: SINTOMI E PREVENZIONE CON IL DOTT.GIOVANZANA

L’ ICTUS è un danno cerebrale che si verifica quando un’arteria si occlude o si rompe causando come conseguenza l’interruzione dell’afflusso di sangue al cervello.
Si crede che l’ICTUS colpisca prevalentemente gli anziani ma solo in Italia circa 12.000 persone di età inferiore ai 55 anni vengono colpite ogni anno.
È stato chiesto al dottor Antonio Giovanzana – ex Coordinatore della S.I.I.A.- Società Italiana Ipertensione Arteriosa per la Regione Lazio e responsabile del Centro per l’Ipertensione presso il Policlinico Umberto I a Roma –di saperne di più riguardo l’ictus, quali sono i sintomi dell’ictus e quali sono le misure di prevenzione.

Quali sono i sintomi dell’ictus?

I sintomi premonitori dell’ICTUS sono la bocca che si storce, un braccio o una gamba che diventano deboli, le frasi sconnesse o in generale difficoltà a parlare.
Un ruolo fondamentale lo ricopre il tempismo chiamando subito il 118 non appena si ha un sospetto di ictus in corso.

Negli ospedali ci sono unità di cura specializzate per il trattamento dell’ICTUS in grado di ridurre le disabilità gravi e anche il rischio di morte se si agisce con celerità, come enunciato dal dottor Giovanzana:

“C’è una formuletta facile da memorizzare F.A.S.T. e significa:
F come FACE (faccia): il sorriso normale del vostro caro diventa una smorfia senza motivo;
A come ARMS (arti): il vostro caro non muove il braccio o la gamba come è abituato a fare;
S come SPEAK (parlare): non riesce a parlare, sembra assonnato, sembra quasi ubriaco, chiediamo di ripetere facilmente le parole “ti voglio bene” e non riesce a dirle;
T come TIME (tempismo): se interveniamo nella finestra diagnostica di 3-4 ore dal presentarsi dei sintomi siamo certi di aiutare il nostro caro a non incorrere in danni irreversibili.”

Cosa fare per prevenire l’ictus?

Il dottor Giovanzana sottolinea che i fattori di rischio ICTUS riconosciuti dalla comunità medica e scientifica vengono classificati in fattori non modificabili come la predisposizione familiare, il sesso e l’età e fattori modificabili, categoria di appartenenza della maggior parte dei rischi:

“ Per prevenire l’ictus dobbiamo avere un comportamento di vita il più possibile sano. Evitare il fumo di sigaretta o ridurlo al massimo è fondamentale.
Non eccedere nel peso. Cercare di non avere la causa principale dell’afflusso e della migrazione dei coaguli ovvero l’obesità. Se noi siamo obesi il sangue ristagna per assolvere alle sue funzioni digestive, quindi si crea il coagulo. Quando poi una forza maggiore legata a una pressione non controllata dà una spinta, questo coagulo può raggiugere le aree celebrali e creare un danno non sempre reversibile.
Seguire un’alimentazione corretta, povera di grassi perché il coagulo è favorito se ci sono disturbi lipidici. Se il nostro colesterolo è alto e non controllato ci troveremo ad avere questa situazione”.

Cambiare lo stile di vita è la base di partenza.
Il fumo è uno dei nemici principali della circolazione sanguigna perché la nicotina ha effetti molto negativi sulle nostre arterie:

  • genera aterosclerosi, ovvero un’alterazione delle pareti delle arterie che perdono la loro elasticità, si ispessiscono e a lungo andare si ostruiscono, impedendo il normale flusso sanguigno e generando rischi di infarti, trombosi e ICTUS;
  • aumenta l’aggregazione piastrinica, cioè la tendenza delle piastrine ad attaccarsi tra loro e formare coaguli nelle arterie che possono poi generare ICTUS;
  • aumenta la pressione arteriosa, uno dei principali fattori di rischio ICTUS.

Il sovrappeso favorisce lo sviluppo combinato di diabete (di tipo 2) e colesterolo alto, che sono rispettivamente un eccesso di glucosio nel sangue e un eccesso di depositi di grasso nei vasi sanguigni, (placche aterosclerotiche).

I depositi di grasso nei vasi sanguigni portano a un restringimento che a lungo andare può generare l’ostruzione delle arterie, provocando un ICTUS.

Anche il diabete nel tempo provoca un irrigidimento delle arterie e la formazione di placche arteriosclerotiche, predisponendo chi ne soffre ad un maggiore rischio ICTUS.

Modificare alimentazione e stile di vita in questo caso specifico può essere davvero la migliore arma di prevenzione ICTUS (e non solo) che si ha a disposizione, anche se esistono terapia farmacologiche che aiutano a tenere sotto controllo diabete e colesterolo. È Importante non dimenticarsi mai di fare esami del sangue periodici per tenere monitorati questi valori e intervenire con tempestività in caso di necessità.

Monitoraggio della pressione

La S.I.I.A. riconosce come valori pressori di normalità per l’età adulta di 115-140 mmHG come massima (pressione sistolica) e 75-90 mmHg come minima (pressione diastolica).

Se i valori eccedono a questi, allora si parla di ipertensione, che si manifesta quando la circolazione sanguigna diventa difficoltosa, ad esempio a causa di ostruzioni, vasi sanguigni ristretti o meno elastici. In questo caso il cuore farà più fatica a far circolare il sangue e a farlo arrivare in tutti i punti del nostro organismo e dovrà esercitare una maggiore pressione che alla lunga può causare un ICTUS precisa il dottore:
“la pressione non controllata è uno degli elementi favorenti dell’insorgere dell’ictus, dobbiamo quindi stare molto attenti. Se poi già siamo stati colpiti da un ictus dobbiamo essere disciplinati nell’assumere le terapie nel modo corretto. Con i nuovi Anti Coagulanti Orali non dobbiamo assolutamente ridurre le dosi. Ridurre le dosi eleva in maniera esponenziale il rischio di recidiva di ictus”.

La S.I.I.A. calcola che circa 15 milioni di italiani soffrono di ipertensione arteriosa, ma solo la metà delle persone ne è consapevole, perché la pressione alta non dà sintomi immediati.

È fondamentale quindi controllare regolarmente la pressione e verificare che sia nella norma. In caso di ipertensione arteriosa il medico individuerà la terapia migliore per curarla e per prevenire esiti peggiori come ICTUS o infarto.

In conclusione il Dottore riporta un dato incoraggiante:
“Un notizia confortante è che dopo 4 anni dal primo episodio di ictus è quasi impossibile che si verifichi una recidiva sempre che si sia stati molto attenti a evitare i fattori modificabili di rischio e a monitorare regolarmente la propria pressione arteriosa perché gli emboli sono spostati soprattutto da sbalzi pressori”.

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GIORNATA MONDIALE CONTRO L’IPERTENSIONE

Il 17 maggio 2024 sarà la Giornata Mondiale contro l’Ipertensione, un momento importante promosso ogni anno dalla World Hypertension League, per comunicare in tutto il mondo l’importanza del controllo della Pressione Arteriosa. Soprattutto in questa giornata, Farmacie, sanitarie, medici, operatori sanitari cooperano in tutto il mondo con l’obiettivo di informare sulla prevenzione all’Ipertensione, la sua individuazione e il suo trattamento.

L’Ipertensione è una condizione caratterizzata da un aumento dei valori pressori costantemente e ripetutamente maggiori di 140/90mmHg. L’Ipertensione è un fattore di rischio ICTUS molto diffusa nella popolazione, non solo anziana. I dati del Ministero della Salute parlano del 31% di italiani ipertesi e del 17% in una condizione “borderline”, ovvero in una condizione a rischio.

Può succedere che non ci si accorga di essere ipertesi per un lungo periodo e spesso l’Ipertensione Arteriosa è rilevata in modo casuale.

Se l’Ipertensione rimane non trattata per anni, si producono danni cardiaci e vascolari, ad esempio ICTUS cerebrale emorragico, insufficienza cardiaca, infarto cardiaco, retinopatia e insufficienza renale. Le conseguenze dell’Ipertensione Arteriosa possono essere prevenute con uno stile di vita corretto.

COME POSSIAMO PREVENIRE IL RISCHIO DI IPERTENSIONE? LINEE GUIDA

  • Misurare la Pressione Arteriosa per riconoscere precocemente un suo aumento è il primo semplice passo per una corretta prevenzione. Controllare la pressione in modo regolare è facile e alla portata di tutti! Basta dotarsi di un misuratore di pressione con un alto grado di precisione, perché l’attendibilità e la precisione dei valori pressori è importante. In commercio esistono svariate tipologie di misuratori ma pochi rispettano rigidi protocolli di precisione e sensibilità e/o sono adatti a pazienti difficili come diabetici, anziani, dializzati, donne in gravidanza e con preeclampsia.
    Anche le farmacie offrono il servizio di misurazione della pressione e possono aiutare nel monitoraggio continuo e regolare. Sapevi che durante la Giornata Mondiale dell’Ipertensione potrai recarti presso la tua farmacia di riferimento e richiedere il monitoraggio gratuito della Pressione Arteriosa e della Fibrillazione Atriale con un misuratore Microlife, validato secondo i protocolli ISO e BIHS?
  • 30 minuti di attività fisica al giorno come camminare, nuotare, andare in bicicletta, possono ridurre da soli la Pressione Arteriosa. L’attività fisica regolare aiuta a rendere le arterie più elastiche, meno esposte all’indurimento e alla formazione di trombi e agisce inoltre positivamente a livello psicologico, sconfiggendo l’ansia e lo stress. Per contrastare il rischio di problemi cardiovascolari acuti è necessario che il programma di attività fisica venga stabilito da un medico e che sia graduale sia per l’intensità che per i tempi di attuazione. Chi soffre di pressione alta dovrebbe praticare esercizi ad elevata componente aerobica come la marcia, il ciclismo, il jogging, ecc ma non attività di potenza.
    Una qualsiasi attività che permetta di fare un po’ di movimento, anche se solo per pochi minuti al giorno come prendere i mezzi pubblici per andare al lavoro scendendo una fermata prima della destinazione, fare le scale e non prendere l’ascensore, utilizzare la bicicletta quando è possibile, curare il giardino o l’orto, è meglio della più completa inattività fisica. Un’attività fisica regolare e di buona intensità è in grado di ridurre i valori pressori fino a 6 – 7 mmHg.
  • Mangiare in modo sano ed equilibrato assumendo grassi (saturi di origine animale: burro, formaggi e carni rosse) in quantità contenuta, ma non eliminandoli completamente dalla dieta. I cibi poveri di grassi comprendono quelli ricchi di amidi e fibre, che contengono generalmente anche vitamine e minerali. Per questo cercare di mantenere l’apporto di proteine, preferibilmente di origine vegetale (legumi come fagioli, lenticchie, ceci, fave, piselli, ecc..) rispetto a quelle di origine animale. Privilegiare il pesce almeno due volte alla settimana ed evitare di utilizzare sale ove possibile o evitare alimenti preconfezionati, in salamoia che hanno un altissimo contenuto di sale. Il sale incide in modo negativo sull’aumento di pressione.
  • La perdita di peso per alcune persone costituisce il mezzo per tenere sotto controllo la pressione ma anche, in alcuni casi, per ridurre il quantitativo di medicinali da assumere. Essere in sovrappeso costringe il cuore a lavorare di più per pompare il sangue in tutto il corpo. È dimostrato che 10 chili di peso in meno portano ad un abbassamento della pressione arteriosa di 5-10mmHg.
    Mantenere un BMI (Indice di Massa Corporea) di 25 o inferiore e un girovita di 102cm per gli uomini e di 88 cm per le donne è raccomandato ai normotesi per prevenire l’insorgenza di Ipertensione e agli ipertesi per ridurla. La perdita di peso è strettamente legata ad una corretta alimentazione, ad una costante attività fisica e in generale ad uno stile di vita sano.
  • Il fumo di una singola sigaretta è in grado di aumentare rapidamente i valori di Pressione Arteriosa e di Frequenza Cardiaca. Il monossido di carbonio, che costituisce dal 2% al 6% del fumo di sigaretta, lega l’emoglobina, riducendo la capacità di trasporto dell’ossigeno nei fumatori. Infatti, dopo ogni sigaretta la Pressione Arteriosa aumenta per 15 minuti. Inoltre, il fumo favorisce l’arteriosclerosi che provoca il restringimento delle arterie aumentando il rischio di avere un infarto o un ICTUS.

Stefano Montemurro Nessun commento

PREVENZIONE ICTUS: IL PROGETTO DIVULGATIVO CON IL DOTTOR GIOVANZANA

Le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di morte nel mondo, incidendo pesantemente anche sulla qualità della vita dell’individuo.

Queste patologie hanno un impatto significativo anche sul Sistema Sanitario Nazionale a causa degli enormi costi in termini di cure mediche e riabilitazione.

Le malattie cardiovascolari si confermano prima causa di morte in Italia, responsabili di circa il 40% di tutti i decessi, e negli ultimi anni hanno ripreso a correre dopo una fase di deflessione della loro incidenza.

Questi dati, uniti alle dinamiche demografiche che vedono l’Italia come il secondo Paese più anziano del mondo, impongono l’esigenza di apportare modifiche nel percorso clinico dei pazienti cardiopatici. (fonte: www.zmedia.it)

Una delle sfide principali legate alla gestione delle patologie cardiologiche è che molte di esse potrebbero essere prevenute attraverso modifiche dello stile di vita e controlli regolari.

Tuttavia, la mancanza di consapevolezza e di accesso a informazioni affidabili spesso ostacola gli sforzi in prevenzione, portando a un aumento dei casi di malattie cardiache e ictus.

Per incentivare la presa di consapevolezza del proprio stato di salute e supportare la prevenzione, in collaborazione con il dottor Antonio Giovanzana, è stato realizzato il progetto divulgativo che utilizza il canale @prevenzione_ictus su YouTube per diffondere informazioni fondamentali sulla salute cardiaca e promuovere pratiche preventive efficaci.

Il dottor Giovanzana è un cardiologo, Coordinatore della S.I.I.A.- Società Italiana Ipertensione Arteriosa per la Regione Lazio e responsabile del Centro per l’Ipertensione presso il Policlinico Umberto I a Roma. Relatore e moderatore in congressi nazionali e internazionali, docente in vari corsi di specializzazione, è autore di numerosi articoli scientifici in tema di prevenzione cardiovascolare, fibrillazione atriale e scompenso cardiaco.

Il progetto è composto da una serie di video informativi nei quali il Dottor Giovanzana affronta in modo chiaro le principali tematiche legate alla salute del cuore.

Ogni argomento viene trattato con competenza e rigore scientifico, con un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori.

I video, oltre a fornire informazioni sulle malattie cardiache e sui fattori di rischio associati, offrono anche consigli pratici su come adottare uno stile di vita più sano e ridurre il rischio di sviluppare tali patologie, dalla corretta alimentazione all’importanza dell’esercizio fisico regolare.

L’Impatto del Progetto

Ciò che rende unico questo progetto è l’approccio pedagogico del Dottor Giovanzana che, oltre a essere un esperto nel suo campo, è anche un comunicatore straordinario, capace di tradurre concetti complessi in informazioni accessibili e coinvolgenti utilizzando una combinazione di spiegazioni chiare, grafici e animazioni per illustrare i concetti fondamentali, favorendo un maggiore coinvolgimento da parte dell’utente con i temi trattati.

Il lavoro sviluppato con il dottor Giovanzana è solo l’inizio.

La sfida del progetto Prevenzione Ictus richiede un impegno continuo e un ampliamento costante della portata dell’iniziativa sviluppando sempre nuovi contenuti educativi per affrontare una vasta gamma di argomenti legati alla salute.

Le collaborazioni instaurate con esperti nel campo medico permettono di offrire una prospettiva sempre più ricca e completa sulla tematica della prevenzione.

Segui il progetto sui nostri canali Facebook, Youtube e sul sito www.prevenzioneictus.it

Stefano Montemurro Nessun commento

COS’È L’ATTACCO ISCHEMICO TRANSITORIO E COSA FARE

L’attacco ischemico transitorio o più semplicemente TIA, è un deficit neurologico, temporaneo e reversibile, che si verifica in seguito a una riduzione del flusso di sangue al cervello causato da un grumo (embolo o coagulo) oppure da un restringimento dei vasi sanguigni dovuto a placche di colesterolo.

Questa condizione determina una sofferenza per il cervello (ischemia), la cui durata varia da pochi minuti a un massimo di 24 ore. Se si protrae oltre le 24 ore si parla di ictus.

Pur non causando danni permanenti un attacco ischemico transitorio non va mai trascurato. Potrebbe trattarsi del primo indizio di una predisposizione all’ictus: un caso di ictus su cinque è preceduto da un episodio di TIA.

Fornire un dato preciso sulla reale incidenza del TIA sulla popolazione è complicato in quanto, essendo transitorio, a volte il paziente non ne dà importanza e il disturbo passa inosservato.

Il valore di incidenza del TIA, seppur vago, conta in Italia circa 60.000 episodi all’anno.

Il TIA colpisce maggiormente:

  • Le persone anziane (il 75% degli individui colpiti ha più di 65 anni);
  • Più uomini che donne, specie prima di raggiungere l’età anziana;
  • Individui di etnia africana, asiatica e caraibica, a causa di una predisposizione a diabete e malattie di cuore.

Cause e Sintomi

Le cause principali del TIA possono essere distinte in fattori di rischio modificabili e non.

Per modificabili si intendono tutte quelle circostanze per le quali esiste un rimedio farmacologico o di tipo comportamentale quali:

  • ipertensione arteriosa
  • cardiopatie
  • diabete
  • colesterolo
  • sovrappeso e obesità
  • fumo e fumo passivo
  • abuso di alcol e abuso di sostanze stupefacenti

Per fattori di rischio non modificabili si intendono le caratteristiche del paziente sulle quali non è possibile intervenire come:

  • familiarità con TIA, infarto e ictus;
  • età superiore ai 55 – 60 anni;
  • il genere (il TIA interessa maggiormente il genere maschile rispetto a quello femminile);
  • l’etnia (le popolazioni africane, asiatiche e caraibiche sono le più interessate).

I sintomi variano a seconda dell’area cerebrale coinvolta e richiedono attenzione immediata. I più comuni sono:

  • debolezza o intorpidimento improvviso in un lato del corpo;
  • difficoltà nel parlare;
  • visione offuscata;
  • vertigini.

Cosa fare in caso di TIA?

Quando si presentano i primi sintomi bisogna chiamare immediatamente il 118 segnalando la probabile presenza di TIA o Ictus.
Una volta in ospedale verranno eseguiti gli esami necessari di accertamento.
È quantomai fondamentale una valutazione medica immediata, infatti, l’identificazione tempestiva dei fattori di rischio è fondamentale per ridurre il rischio di ictus successivi.
Tra le valutazioni necessarie troviamo:

  • Monitoraggio della pressione arteriosa: verrà controllata perché l’ipertensione può determinare TIA.
  • Esami del sangue: per valutare il colesterolo e un eventuale diabete, oltre ad esami più specifici.
  • Elettrocardiogramma ECG: può identificare ritmi cardiaci anomali, come la fibrillazione atriale, che espongono al rischio di TIA.
  • Ecografia carotidea: permette di capire se ci sono restringimenti o blocchi nelle arterie del collo che portano il sangue al cervello.
  • Scansioni cerebrali: Risonanza Magnetica e TAC vengono solitamente eseguite solo se non si riesce a stabilire chiaramente la parte del cervello colpita.

Le valutazioni sono necessarie per effettuare diagnosi puntuali, in modo da risalire all’anomalia vascolare che ha provocato il TIA e impostare la terapia.

Trattamenti post TIA

Lo scopo principale del trattamento indicato dopo un TIA consiste nella prevenzione di un secondo attacco o di un ictus cerebrale.
È fondamentale modificare il proprio stile di vita, adottandone uno più salutare e seguire diligentemente le disposizioni impartite dal medico come:

  • abolizione del fumo e del consumo di alcol;
  • adozione di una dieta leggera ed equilibrata, con pochi grassi privilegiando quelli vegetali e ricca di frutta e verdura;
  • una regolare pratica di attività fisica;
  • una terapia farmacologica definita dal medico in base alla causa scatenante e allo stato del paziente.

È sempre opportuno consultare il proprio medico per una valutazione e una terapia adeguata in base alle proprie esigenze e necessità.